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"Le parole sono innocenti.
Siamo noi che, usandole senza fantasia, le rendiamo odiose". (Umberto Eco)

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sabato 2 maggio 2015

Pittura e devianza. Quando la "follia" crea l'opera d'arte...

“Ogni opera d’arte è un crimine non commesso diceva il sociologo tedesco Teodoro Adorno”. Esordisce così, davanti alla platea di ragazzi dell’Istituto Bazoli-Polo di Desenzano, lo psichiatra, psicoterapeuta e criminologo Tito Gattoni, invitato a parlare di arte e devianza. Ovvero cosa succede quando la "follia" ispira il processo creativo? Può nascere l’opera d’arte, come è accaduto a dei grandi della storia dell’arte mondiale, da Caravaggio ai tempi moderni. Conferma lo psichiatra desenzanese che senza un pizzico di follia o di infelicità l’ispirazione sopraggiunge con più fatica.
«L’artista che soffre di certe patologie trasfigura la realtà perché non riesce ad accettarla e crea un proprio mondo fatto di temi e personaggi fantastici. È come un canale che parte dall’inconscio e diventa opera d’arte… Chi non crea, rischia di distruggere: il narcisismo maligno infatti ispira i serial killer!»
Comincia dall’inconscio e dalla storia dell’arte più moderna l’analisi del dottor Gattoni, autore di varie pubblicazioni e appassionato di arte e storia. «È soprattutto dopo il Medioevo, dal 1500, che l’artista inizia a trasmettere ciò che la realtà infonde in lui e comincia ad emergere la sua psicologia».
L’artista, dunque, come anche lo scrittore o il poeta, «crea per soddisfare il proprio bisogno narcisistico di continuare a vivere attraverso le sue opere. C’è un preciso desiderio che si esprime nell’arte: superare lo spazio temporale e diventare immortali, lasciando ai posteri qualcosa che racconta di noi».
Dal test di Max Luscher
Traendo spunto dagli studi dello psicologo svizzero Max Luscher, che aveva approfondito l’utilizzo del colore attraverso campioni della popolazione mondiale, Gattoni ha ricordato come l’uso del colore nasce da una scelta inconscia e la mescolanza di più colori può permettere una lettura psicoanalitica del pittore: per esempio, la predominanza del nero nei quadri di Caravaggio, del giallo in Van Gogh, del rosso in Gauguin... Luscher aveva creato un test psicologico che analizzava lo stato d’animo di un soggetto in base alla sua preferenza per i colori, e anche la pubblicità si è avvalsa dei suoi studi.
"Giuditta che taglia la testa a Oloferne"
Tito Gattoni, mostrando i quadri e l’uso dei colori e delle forme da parte di alcuni artisti psicotici o affetti da disturbi mentali, ricostruisce la personalità dell’artista stesso, la sua psicopatologia, legata anche alle caratteristiche e alle rappresentazioni dei quadri, in rapporto alla storia di ognuno. Michelangelo Merisi da Caravaggio, per esempio, soffriva di disturbo antisociale di personalità. Fu “pittore maledetto”, già famoso in vita, con un’esistenza tormentata. Utilizzava molto il nero, colore della morte e dell’assolutismo, simbolo anche di uno stato depressivo, e il marrone, fusione cromatica tra rosso-sangue e nero-morte. 
"Campo di grano con corvi"

Nell’Ottocento l'olandese Vincent Van Gogh, affetto da disturbo schizoaffettivo e morto suicida, era tormentato da disturbi dissociativi con deliri di onnipotenza. Nei suoi primi quadri prevaleva il giallo, colore del sole e simbolo di energia vitale, maestà e potere ma anche di una certa agitazione interiore e il blu con la sua voglia di pace e tranquillità. Van Gogh si ritraeva spesso nei suoi quadri, nell’ultimo periodo lui diventa il cipresso nero nel “Campo di grano” sorvolato dai corvi, presagio di morte. La prevalenza, in un secondo momento della sua vita artistica, dell’arancione (ottenuto giallo più arancio) esprime la sua eccitazione senza meta e “La notte stellata”, uno dei suoi dipinti più famosi, c’è tutta la sua voglia di quiete.

"Golgota"
Sul finire dell’800 il parigino Paul Gauguin, post-impressionista, dipingeva “visioni” in cui spiccava il rosso: era afflitto da disturbo borderline di personalità con episodi depressivi maggiori; si diede all’alcol, alle donne e contrasse la sifilide, che lo portò alla morte.
La tigre di Ligabue
Edvard Munch, tra ‘800 e ‘900, è il pittore dell’angoscia, tormentato da frequenti attacchi di panico. Infatti il quadro che meglio lo rappresenta è “L’urlo”, divenuto emblema del periodo storico e del suo stato mentale: raffigura se stesso terrorizzato, con presagio di guerra e di morte, che ritornano in altre opere, come il “Golgota” o la “Sera nel corso”. 
Antonio Ligabue invece, artista italiano visionario, era affetto da schizofrenia e “La tigre” esprime l’aggressività che sentiva dentro di sé, dipinta su un fondo blu che anela alla pace. 
"Veduta di Palazzo e Teatro imperiali"
Adolf Hitler fu anche lui artista. Sognava di diventare architetto, ma tanto era bravo nel disegnare luoghi e palazzi, tanto era negato nel rappresentare i volti delle persone. Le sue erano più caricature, poco apprezzate dai professori dell’Accademia di Belle arti di Vienna che non lo ammisero, generando in lui un senso di sconfitta e alimentando il suo disturbo paranoide di personalità, un narcisismo maligno che lo portò a desiderare di dominare gli altri e distruggere ciò che non poteva avere.

Salvador Dalì, pittore catalano tra i più incisivi del Novecento, fu un visionario con eccezionale capacità tecnica. Soffriva di disturbo fobico-ossessivo con sadismo sessuale (era impotente) e nei suoi quadri, per esempio i famosi “orologi molli”, prevalgono il nero-morte e il blu-desiderio di pace, il senso del tempo che sfugge e il senso di impotenza. 
In tutti questi artisti, come in alcuni quadri realizzati dai pazienti dell’ex ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, «lo stato di disagio interiore – conclude il dottor Gattoni – spinge l’artista a esprimere attraverso l’opera d’arte uno stato di tensione inconscia, che racchiude anche desideri, pulsioni ed emozioni spesso sconosciuti all’autore stesso. L’arte diventa così catartica, come supporto alle terapie tradizionali, e aumento dell’autostima nella contemplazione dell’opera finita…».

“Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida e visionaria follia”

(Erasmo Da Rotterdam)



venerdì 14 marzo 2014

Cake Design. La primavera è dolce sul Garda con "Sugar Dream"

Comunicato Stampa

Sarà presente anche la pluripremiata cake-designer bresciana Giada Farina, con le sue  “Torte di Giada”, all'esclusivo evento gardesano dedicato al fantastico mondo delle torte decorate. “Sugar Dream”, il primo appuntamento del lago di Garda per pasticceri, artigiani e appassionati della pasta di zucchero, aprirà i battenti sabato 10 maggio e domenica 11 2014 presso Expo Sirmione. Tra dolci capolavori sarà inaugurata la stagione 2014, che proseguirà con altri eventi a ingresso libero, da giugno a settembre.

Expo Sirmione è la nuova vetrina del lago di Garda, alle porte di Sirmione con oltre 1700 metri quadrati di area espositiva – di cui 620 mq al coperto – e circa 3mila mq adibiti a parcheggio. Nel nuovo polo espositivo, in via Colombarola, alle porte di Sirmione e a cinque minuti dal casello autostradale, si terranno il 10/11 maggio sono previsti corsi di cake design per adulti e laboratori per bambini, assaggi golosi e altre sorprese da scoprire.... L’evento ospiterà anche una mostra fotografica: “Wedding Cake”, l’evoluzione della torta nuziale nell’ultimo secolo, con immagini tratte dall’archivio del fotografo milanese Orlando Tonizzo, in collaborazione con Il Matrimonio Trendy.
Per gli espositori interessati  prendere parte alla manifestazione ci sono ancora alcuni posti (tel. 380 7081517; Facebook Expo Sirmione).
Dopo il 10/11 maggio, altri eventi animeranno Expo sirmionese, sempre il secondo fine settimana del mese e sempre a entrata libera: musica e amarcord con “Vinile Rock Collection” manifestazione dedicata a vinile, collezionismo e rock ‘n roll si terrà il 7/8 giugno; l’estate avrà i colori e l’allegria del “Paese dei Balocchi” con animazione, laboratori e giochi per i più piccoli e le loro famiglie, il 12/13 luglio. 
E dopo la pausa di agosto, Expo Sirmione tornerà con “Beerfest im September”, una megafesta della birra di fine estate, il 13/14 settembre.
In vista della prima manifestazione “Sugar Dream” è stato bandito anche il primo Concorso Cake Design Expo Sirmione 2014 rivolto a tutti i cake-designer di qualunque età, sesso e provenienza. Sono previste due sezioni: amatori & emergenti / professionisti. Il tema è “Dolce Mamma”, valido per entrambe le categorie; scadenza iscrizioni 5 maggio 2014. Le torte dovranno essere consegnate il giorno precedente l’inizio della manifestazione, venerdì 9 maggio 2014, presso la sede di Expo Sirmione, per essere esposte e rimanere in mostra nei due giorni dell’evento “Sugar Dream”, sabato 10 e domenica 11 maggio 2014. I partecipanti sono invitati a realizzare un’opera su base “dummy” (polistirolo); per la creazione non ci sono limiti di altezza né di grandezza né di forma; è possibile usare qualsiasi tecnica di modellaggio, purché le opere risultino perfettamente in linea con il tema del Concorso. Una commissione di esperti selezionerà il primo classificato per la sezione “professionisti”; mentre le creazioni di “amatori & emergenti” saranno votate dal pubblico presente.
Ufficio stampa eventi Expo Sirmione: Francesca Gardenato


Expo Sirmione (foto di Michele Bonazzoli)


giovedì 6 marzo 2014

Donne del Bardolino. Sul Garda il mondo del vino ha più classe...

Vivono e lavorano sul Garda le “amazzoni del Bardolino”. Una cantina su tre, nella doc del vino Bardolino, è gestita da una donna e la metà delle aziende vitivinicole ha come titolare, o contitolare, una “quota rosa”.

Elena Zeni di Bardolino
«Sono nata nel mondo del vino 37 anni fa, in quel mondo dove erano tutti uomini e le donne potevano accederci, ma senza alcun potere decisionale. Le donne vendemmiavano, preparavano pranzi e cene per i clienti in visita e, al massimo, aiutavano in ufficio. Il lavoro in cantina era prettamente maschile e a livello consortile, o associativo, ancora di più».
Elena Zeni, alla guida dell’azienda Fratelli Zeni di Bardolino, ricorda così la sua giovinezza nel mondo del vino. 
Proprio nei giorni scorsi Elena è stata in Texas, negli States, per promuovere l’azienda e il suo vino.
Terminati gli studi universitari, la maggiore delle sorelle Zeni ha deciso di «entrare in azienda con due piedi e due mani – racconta –, cosa che a mio padre ha fatto molto piacere, ma allo stesso tempo lo ha anche un po’ disturbato. Papà era soddisfatto di avere il suo primo figlio maschio al seguito e gli sarebbe anche bastato». Ma il futuro stava cambiando e quello era il momento giusto per cominciare a definire il proprio ruolo di “donna del Bardolino”. 
«Con me in cantina – riprende Elena – mio padre ha provato la nuova emozione di “gestire una donna in cantina”. Ho dei ricordi bellissimi di lui che cercava di aprirsi a questo mondo femminile all’interno di un’azienda che non lo prevedeva. Mi ricordo le ore passate a fargli capire le mie idee e quello che avrei voluto fare, e mi ricordo le innumerevoli litigate perché alcune cose erano difficili da cambiare o da affidare a una giovane donna».
Elena Zeni con Claudia-Benazzoli, titolare di un'altra
azienda vinicola di Pastrengo (insieme alla sorella Giulia)
Dopo la scomparsa di Gaetano Zeni, è scattato il cambio della guardia: la direzione della Cantina Zeni è passata a un uomo e due donne, il fratello Fausto e le sorelle Elena e Federica Zeni. Da sette anni a questa parte, dunque, la presenza femminile in cantina è passata da un modesto 8% a un importante 50%. «Credo che negli ultimi dieci anni – conclude Elena – noi donne abbiamo fatto passi notevoli in questo mondo del vino. Sinceramente ho visto notevoli cambiamenti rispetto agli anni ‘90 e credo che non si possa più parlare di un settore maschile. Oggi ho molte colleghe donne, ho clienti importanti che sono donne. Credo invece che ci aspetti ancora una grande sfida in questo mondo del vino: quella di  non essere solo femmine, ma portare la femminilità come valore aggiunto».

L’INDAGINE DEL CONSORZIO DI TUTELA DEL BARDOLINO
La presenza femminile nella guida delle cantine della costa orientale del lago di Garda è molto alta, ben oltre la media regionale veneta (24%). Se poi si prendono in esame i collaboratori familiari, essenziali nelle piccole-medie imprese del Bardolino, la metà sono donne e, anche nelle cantine a conduzione maschile, il ruolo di “lei” è fondamentale.
L’indagine di filiera è stata sviluppata dal Consorzio di tutela del Bardolino. E se prima si pensava di avere a che fare con una “Doc rosa” soprattutto per il ruolo di leader nel mondo dei vini rosati italiani, conquistato grazie alla formidabile ascesa del Chiaretto in pochi anni e passato da 5 a 10 milioni di bottiglie, ora «il colore rosa è consono a una denominazione che vede le donne così profondamente inserite nel tessuto produttivo», come riconosce il presidente del Consorzio Giorgio Tomasi. Il quale aggiunge: «Anche il consumo del rosé bardolinese è questione femminile: i dati consortili parlano chiaro e dicono che il 62,8% del Chiaretto è acquistato proprio da donne. Donne che fanno vino per le donne, insomma, nel caso del Bardolino Chiaretto».
Con i suoi 30 milioni di bottiglie quella del Bardolino è la quarta zona vinicola del Veneto dopo il sistema Prosecco, la Valpolicella e il Soave ed è l’undicesima in assoluto in Italia.
Le donne del Bardolino
Il rosa, dicevamo, è dappertutto. Carta canta: l’indagine rileva che il 72,2% delle cantine associate al Consorzio di tutela ha tra i suoi occupati almeno una donna. Il 22,2% delle aziende ha in generale più femmine che maschi tra gli occupati. Il 5,6% delle aziende è formato al 100% da donne. Le titolari d’azienda sono soprattutto donne con un'età superiore ai 40 anni (il 91,7% delle conduttrici di cantine della zona). La categoria degli impiegati è composta esattamente per la metà da esponenti del gentil sesso, perlopiù ragazze (il 60% ha meno di 40 anni).
E non è tutto, perché anche le soddisfazioni sono rosa. Il Bardolino e il Chiaretto hanno cominciato a primeggiare anche nei concorsi enologici e nelle guide, grazie alle intraprendenti produttrici. Vetrina di questo Bardolino al femminile sarà Lazise, la prossima domenica 16 marzo: “Anteprima dell’annata 2013”, con 180 vini in libera degustazione e le “donne del Bardolino”, alla Dogana Veneta.

Francesca Gardenato (articolo pubblicato sul settimanale Verona Fedele del 2 marzo 2014)

giovedì 13 febbraio 2014

Sirmione work in progress

Se è vero quanto diceva Albert Camus - "Creare è dare una forma al proprio destino" - allora stiamo dando forma al nostro destino, un destino gardesano che speriamo possa diventare anche vostro... lavori in corso per la nuova "Expo Sirmione"



La vetrina di Sirmione, la perla delle penisole, sul lago di Garda in provincia di Brescia. Oltre 1500 mq di area espositiva, di cui circa 600 mq al coperto, con ampio parcheggio. Expo Sirmione è a cinque minuti dal casello di Sirmione (Autostrada A4). 
Presto altre novità, intanto segnate le date del primo, dolcissimo evento, dedicato a tutte le mamme e al meraviglioso mondo del Cake Design: 

SUGAR DREAM
sabato 10 e domenica 11 maggio 2014 
a Colombare di Sirmione, a due passi dal lago!
EXPO SIRMIONE * ENTRATA LIBERA



mercoledì 20 novembre 2013

Un anno di Vita Nova

Questa sera sarò a cena qui: al Ristorante Vita Nova di Brescia, ospite di Roberto, Francesco, Alessio ed Erdjan. A un anno dalla sua apertura il locale festeggia domani e dopodomani, 21 e 22 novembre, il primo anniversario con un menù che promette di far vivere agli ospiti un'esperienza speciale. Sette portate per un traguardo memorabile! Questa sera la conferenza stampa.

Vita Nova è la sfida di un gruppo di giovani e dinamici chef che vogliono mettersi in gioco per offrire un’esperienza gastronomica nuova e tutto il piacere di “essere viziati a tavola”. Con un menù italiano, che non dimentica i piatti della migliore tradizione bresciana.
Il ristorante si trova a due passi dal centro di Brescia, in un posto immerso nel verde, per l’esattezza nella zona nord della città, in via Stretta 48 vicino a via Oberdan e al golf club. È gradita la prenotazione perché i posti a sedere nella sala interna (suddivisa in due da una parete attrezzata) sono in tutto 38, più una trentina nel patio che offre alla vista un gratificante tuffo nel verde.

Roberto Giannoni, Alessio Guerriero, Erdjan Misini e Francesco Fascella vi invitano in un ambiente accogliente, elegante e molto luminoso, in stile provenzale. I tavoli sono ampi e rotondi, da 6 a 10 posti o anche da 20 posti (ovali) per le comitive. Servizio curato o, meglio, impeccabile.
Il menù, con tanti piatti bresciani, è decisamente orientato all’innovazione: si parte dalla tradizione italiana per sperimentare abbinamenti particolari e sofisticati, piatti sfiziosi e sapori nuovi. 

Vita Nova cerca il perfetto equilibrio tra alimenti selezionati e lavorati, in modo da preservarne le qualità, segue la stagionalità degli ingredienti portando in tavola la passione giovanile per la cucina e la creatività. Il menù va incontro ai più svariati gusti: carne, pesce di mare e anche piatti vegetariani o per chi ha problemi di intolleranze alimentari e celiachia.
Cambia quattro volte l’anno la carta, in base alla stagionalità dei prodotti. Fra le novità, spiccano tartufo, caviale e foie gras, da poco introdotti nel menù. Se siete alla ricerca di sapori sconosciuti, potreste provare i primi piatti con asparagi e pesche o il petto d’anatra alle ciliegie o le capesante in tempura con purea di sedano-rapa e salsa teriyaki. Dall’antipasto ai dolci, l’originalità e la passione di Vita Nova sapranno sedurre il vostro palato!

Dettaglio non da poco, infine, la cantina Vita Nova custodisce 106 etichette: vini italiani (da varie regioni), esteri e champagne. Ci sono anche vini pregiati, in generale con un ricarico contenuto, come Donna Fugata (Sicilia), Tenuta Ornellaia (Toscana), Cavalleri Franciacorta (Lombardia), Elena Walch (Trentino).

Articolo di Francesca Gardenato per Besciaatavola.it

lunedì 18 novembre 2013

Il mio sabato sera con Gabriel Garko

Erano oltre milleduecento ieri sera (16 novembre) gli ospiti del NoName, discoteca lonatese, ex Fura. Prima del bagno di folla, il “sex symbol” italiano Gabriel Garko si è fatto a lungo attendere. Dopo aver cenato a Padenghe, è salito sul palco intorno all’una e quindici. Niente interviste, niente scatti singoli, perché sotto contratto Mediaset. 
Fare da divo, occhiali da sole, sorriso stampato, un metro e novanta d’attore scortato da guardie del corpo e manager al fianco. Nessuna dichiarazione, solo un rapido «finito qui, parto per Mestre, dove mi attendono per chiudere una serata».
Dai fotoromanzi alle fiction al cinema. Gabriel Garko da settimane è impegnato nel nuovo film con la regia di Asia Argento “Incompresa”, nel 2014 tornerà a essere il boss Fortebracci nella quarta stagione di “L’onore e il rispetto”. Ma lo vedremo presto anche in una miniserie di Mediaset, già venduta anche alla Bcc, due puntate sulla vita di Rodolfo Valentino. E di questa ha parlato davanti a centinaia di giovani: «Mi raccomando seguitemi in tv… mi vedrete nei panni di Rodolfo Valentino». Qualcuno già mormora che sia il ruolo adatto a lui. Bello e tenebroso, all’apparenza poco affabile e poco spontaneo, pare molto impostato nel ruolo di “sex symbol”. Ma il suo manager smentisce: «Gabriel è un uomo buonissimo – spiega – e disponibile, solo non ha una vita facile. È costretto a vivere in simbiosi con altre quattro persone, per motivi di sicurezza».
Sono passati quasi vent’anni dal primo ingaggio di Gabriel Garko, classe 1974, quando apparve nel cortometraggio “Troppo caldo” con Francesca Dellera. Da quel 1995, serie tv e film di successo sono seguiti, ma «alla soglia dei 40 anni è ancora un gran bell’uomo!» lasciano intendere le sue fan di Lonato. Nella mischia dei teenager e ventenni, anche qualche decina di over 30, al NoName per vedere uno dei volti “più belli d’Italia”. Che ha liquidato il pubblico con un paio di sorrisi e un minuto di promozione sulla sua fiction. Poi giù dal palco, mezzora di scatti e via. «Ci ha portato poca gente – chiosa il direttore artistico del NoName Christian Luzzardi –. Le signore, le sue fan, non erano poi molte…»

Francesca Gardenato
(articolo scritto per 
Giornale di Brescia)




mercoledì 16 ottobre 2013

La star Carla Gozzi, style coach di Real Time, in una mia intervista...

Ecco il frutto della mia chiacchierata con la grande esperta del look Carla Gozzi, Style Coach e Fashion Blogger di Real Time (protagonista del programma tv: Guardaroba perfetto), ospite sabato 5 ottobre 2013 dei “Magazzini F” a Desenzano del Garda.
La versione ridotta dell’intervista è già stata pubblicata sul Giornale di Brescia (Ottopiù Spettacoli, pagina 5) sabato 12 ottobre 2013. La trovate qui sotto.

In compagnia di Carla non possiamo che parlare di stile, tendenze e new-look. Partiamo con un consiglio molto “attuale”. Quali sono i colori “out”, da eliminare dal nostro armadio in vista della stagione autunno-inverno 2013/2014?
«Out sono sicuramente i colori fluo; non indossiamolo più, sono retaggio del passato, addirittura della primavera-estate 2012, quindi parliamo di tendenze molto antiche e superate. Per la prossima stagione 2013/2014: sono “in” tutti i colori vegetali e intensi come il verde inglese, blu intenso, giallo senape e tutto quello che ha a che fare con le spezie».

Nella sua esperienza ha avuto il privilegio di affiancare stilisti, imprenditori, donne e uomini di grande personalità. Chi le ha trasmesso di più?
«Ognuno di loro mi ha lasciato un pezzettino di sé che conservo. Il più creativo e che forse mi ha trasmesso di più è stato Yoshi Yamamoto: non parlava inglese e tra di noi comunicavamo con segni e origami; mi ha fatto capire che la lingua e le parole non sono essenziali per la comunicazione. Perché che ci sono molti altri modi di comunicare…»

Il consiglio più utile che ha ricevuto nel suo lavoro?
«Cambiare spesso, cercare di trovare sempre soluzioni nuove».

Come style coach, personal shopper, cura l’immagine al cento per cento. Quando si può dire che lo stile è raggiunto e il percorso è completo?
«In realtà il nostro look si aggiorna giorno per giorno, col passare del tempo e delle esperienze. Ogni donna ha un decennio a cui fare riferimento e che è sintomatico di cambiamenti: a 18 anni si diventa maggiorenni, a 28 si hanno le prime esperienze lavorative importanti e le prime responsabilità, a 38 magari si ha una famiglia con dei figli da crescere… Quindi ogni donna aggiorna il proprio look a seconda delle esperienze che fa e lo adatta alla propria personalità. Non c’è mai un punto di arrivo, piuttosto di passaggio. Il look perfetto è legato alla nostra personalità, è quello che ci corrisponde perfettamente, ci fa sentire bene, valorizzate, amate, sicure. È quello che indossiamo con naturalezza, perché l’eleganza è naturalezza».

Nei vari reality e talent show, i giovani sempre di più si mettono in gioco in televisione. Qual è il look perfetto per bucare lo schermo?
«Più che bucare lo schermo, visto che nel backstage ci sono fior fior di stylist che aiutano, io direi che si tratta di trovare l’outfit giusto per riuscire ad avere un posto di lavoro. Non dimentichiamo che ogni ambiente professionale vuole il suo look: se il lavoro è creativo, allora dovrò avere un look molto originale, mentre se aspiro a ricoprire un ruolo più formale dovrò scegliere di indossare abiti che comunicano più autorevolezza».

E così ci conferma che “l’abito fa il monaco…” A proposito di lavoro, tempi duri per l’Italia e per gli italiani. È possibile vestirsi bene, con classe e pochi soldi?
«Sì. A differenza di tanti anni fa, in cui non c’era possibilità di avere alternative di look e di shopping, perché esistevano solo i grandi brand, ora, dal 2002, con l’arrivo dei grandi gruppi low-cost, ci sono molte opportunità per le ragazze di acquistare tanti pezzi e creare il proprio look».

Basta questo?
«No, servono anche un pizzico di buon gusto, un po’ di stile e i miei consigli ovviamente!»

Il capo d’abbigliamento più amato dalle italiane?
«Il reggiseno. A differenza di altri Paesi, l’italiana sceglie un reggiseno nuovo ogni mese, non perché ne abbia realmente bisogno, ma solo per rinnovare il parco reggiseni e sentirsi gratificata».

E l’accessorio prediletto?
«La borsa, perché le scarpe sono più impegnative come costi, mentre la borsa si può a trovare a prezzi modici. Ci sono offerte più abbordabili. E in realtà fa la differenza: con lo stesso tubino, una bella borsetta può cambiare l’effetto e l’occasione d’uso».

La curiosità è donna… Come si veste Carla fuori dai riflettori?
«Dipende dalle occasioni: ho una lista precisissima sulle occasioni d’uso».

Un esempio?
«Quando alleno i miei cani in campagna, ho un look molto British. Quindi pantaloni di cotone o velluto, scarponcini di cuoio, blaise di Shetland, cappellino con le tese romantiche tipo Claudine. Tutto molto British come fossi nella campagna britannica, anziché sull’Appennino Tosco-Emiliano».

I colori preferiti di Carla?
«Il nero, perché lo uso per lavoro e nella moda è il colore più indossato dietro le quinte. Comunque, adoro le tinte che hanno a che fare con il rosso e il rosa. Il fucsia è forse il colore forte che amo di più, poi anche i verdi, gli azzurri intensi, il bordò…»

Il nero è sempre sinonimo d’eleganza?
«Il nero sottrae, a differenza dei colori, e mette in evidenza la personalità e il viso di chi lo indossa».

Ultimo consiglio per le donne un po' curvy, a parte il nero che, si sa, snellisce?

«Il nero snellisce, sì, ma aggiungo: ragazze, abituiamoci a conoscere la nostra fisicità perché, a seconda di come siamo fatte, oggi troviamo gli abiti adatti per ogni silhouette».

Foto e articolo di Francesca Gardenato

sabato 28 settembre 2013

Gardaland Story: salvataggio... impellicciato!

Spaventato, ma salvo. Una storia a lieto fine, e a quattro zampe… che ha per protagonista un micino tigrato di circa due mesi e un gruppo di amanti degli animali. Ve la racconto perché è sentita :-)

Questa settimana, nella giornata del 26 settembre, a spezzare la routine del parco divertimenti di Gardaland - a Castelnuovo del Garda (Vr) - è avvenuto il salvataggio di un cucciolo di gatto tigrato rimasto intrappolato per alcuni giorni in una delle attrazione più amate dai bambini, il Fantasy Kingdom. Lo sventurato micetto, di razza europea (come si nota dalla foto), si è salvato grazie alle segnalazioni di alcuni ospiti e all’intervento dei Vigili del fuoco che lo hanno soccorso. Ancora qualche ora e, probabilmente, non ce l’avrebbe fatta.
La sua storia è iniziata male. La madre del gattino, abitante abusiva del parco, aveva deciso di fare i cuccioli proprio sopra il tetto di uno degli edifici del Fantasy Kingdom, l’area tematizzata dedicata ai bambini. Doveva aver pensato la gatta che quello fosse un luogo sicuro, al riparo da sguardi e interventi indiscreti. Senza considerare, però, il pericolo del pertugio sottostante. Una fessura profonda che taglia il muro, dentro cui è caduto proprio uno dei suoi gattini. Sfortunatamente, il piccoletto è finito dritto in fondo a quella fenditura, solo e intrappolato. Uno spazio largo un paio di centimetri al massimo, al buio e senza via d’uscita.
La sua fortuna sono stati gli ospiti di passaggio al Fantasy Kingdom (nell'immagine sotto, tratta dal sito di Gardaland) La gente, avvertendo uno strano miagolio, ha segnalato ai Vigili del fuoco la presenza – probabilmente dicevano – di un gatto, incastrato da qualche parte, dietro il muro dell’attrazione. Sentendo il lamento, mossi a compassione, gli ospiti avevano allertato anche al personale. E, grazie alle persone che ancora amano gli animali, ieri i Vigili del fuoco sono potuti intervenire creando nel muro una fessura per offrire al micino la via d’uscita.
La curiosità era tanta. E la preoccupazione di molti era di trovare il cucciolo morto, considerato che qualcosa da mangiare gli ospiti erano riusciti a passarglielo, ma non da bere. Essendo poi così piccolo e indifeso, si temeva davvero il peggio. Per fortuna, però, è andato tutto bene e la nostra storia può vantare un lieto fine. 
Il tigrato, giovane ma a quanto pare forte, è stato ritrovato vivo e portato in salvo dopo la sua disavventura che a poco tempo dalla nascita già lo rende un mezzo eroe del parco. Il piccoletto è stato poi rifocillato con cibo e acqua fresca. Il fagottino di pelo arruffato ora si candida per essere accolto e coccolato da qualche generosa famiglia. Si accettano volontari.
Per finire, un grazie agli ospiti attenti e sensibili e ai volontari animalisti che si sono interessati al caso e che interverranno per sterilizzare la madre distratta, ospite abusiva di Gardaland.

L'articolo è pubblicato anche su: http://www.gardanotizie.it/gardaland-quattro-zampe/

mercoledì 18 settembre 2013

Una chiacchierata con Francesca Marsetti. Professione? "Faccio la chef a casa tua!"

Di solito uno chef si realizza nell’aprire un ristorante, poi arrivano il plauso della critica magari pure le stelle Michelin… Francesca Marsetti ha scelto invece di farsi aprire le porte di casa, in giro per l’Italia. 
Non si annoia mai la 37enne bresciana, chef a domicilio che presto vedremo sul mezzogiorno di Rai Uno. Per la rete, Facebook e gli amici lei è “Franci Chef”. Cucina creativa e tanti progetti, tra cui la tv. Affabile e sorridente, follemente innamorata del suo mestiere, da settembre la vedremo ospite del programma “La Prova del cuoco” di Rai Uno, in compagnia di Antonella Clerici. 
La scorsa stagione, rivela, «ho partecipato al concorso “Caccia al cuoco” e, tra tanti uomini, ho vinto io!». Grande soddisfazione per la chef, che aggiunge: «Da sabato 21 settembre sarò in tv con la prima diretta; ho firmato un contratto che mi vuole parte dello staff per 18 puntate».

«Un ristorante diverso tutte le sere. Non mi annoio mai!» 
Francesca Marsetti, solare e piena di inventiva, lavora come chef a domicilio in tutta Italia e anche all’estero. Mi chiamano per cucinare a casa o in location particolari, costruisco con i miei clienti il menù e, a seconda delle richiesta e del numero di persone, mi muovo da sola o con dei camerieri. Mi basta un piccolo spazio per coccolare il cliente e rendere la serata gustosamente indimenticabile».
A Clusane d’Iseo, nel Bresciano, la cuoca ha la sua sede operativa: “L’officina del gusto”, il laboratorio artigianale dove studia come stupire e conquistare il palato dei suoi clienti, cerca nuove combinazioni, cucina dolci e dolcetti, prepara la “mise en place” per le sue cene a domicilio.
Francesca si è un po’ inventata questa professione, non senza prima aver fatto esperienza e sacrifici. «Diciamo che ho creato questo lavoro dello chef a domicilio perché mi permette di fare in modo flessibile quello che mi ho sempre adorato: cucinare. In un periodo economicamente delicato, mi permette di contenere le spese, dato che non ho altri costi oltre al mio laboratorio. Lavoro su commissione e faccio la spesa al momento, così riesco anche a far quadrare i conti».
La sua è «una cucina creativa» e privilegia «ingredienti del territorio e tutto ciò che è italiano». Le piace «comporre per ottenere sapori diversi, fuori dagli schemi».
Figlia d’arte, cresciuta in mezzo alle padelle: da padre macellaio e mamma cuoca. Dopo la scuola alberghiera e il diploma, racconta la chef bresciana, «grazie al sostegno miei genitori che mi hanno permesso di proseguire questa strada, ho lavorato in ristoranti importanti. Sono stata a Venezia in un’università di perfezionamento cuochi dove arrivano chef da tutto il mondo e da studente ho imparato molto lavorando gratis. Poi ho iniziato a fare pratica sia in cucine giapponesi che in cucine del territorio, per avere una preparazione a tutto tondo: dal manzo all’olio di Rovato alla pasticceria, al sushi giapponese…».
Insomma ha sudato e acquisito un bel bagaglio Francesca, tra i suoi 18 e 20 anni. Anziché spassarsela, lavorava sodo. 
Tante lacrime prima, tanto onore dopo. «I giapponesi in cucina hanno un rigore e un rispetto degli alimenti quasi maniacale, in ogni fase della preparazione del cibo: dal lavaggio del riso alla preparazione del pesce. Per me questa è stata un’esperienza di vita, oltre che una grande scuola».
Poi è iniziata l’avventura dello chef a domicilio: «Un lavoro fantastico e anche faticoso – commenta –, come tutte le attività artigianali, ma che mi offre la possibilità di viaggiare quando voglio. Con un po’ di organizzazione, per il laboratorio artigianale, quando mi chiamano prendo e parto». 
Per esempio? «Quest’estate sono stata venti giorni a casa di un arabo a cucinare per le sue vacanze in Spagna e ora sto per firmare un contratto per andare a cucinare per l’FBA a Orlando, in Florida».
Come funziona la cucina a domicilio? 
«La signora o il gruppo di ragazzi o chi vuole la cena pronta mi chiama, io faccio il sopralluogo della cucina per capire se è abbastanza attrezzata o se devo portare il necessario; insieme scriviamo il menu e decidiamo il giorno. In laboratorio sbrigo gran parte del lavoro (pulisco il pesce, mondo le verdure, lavo la carne, ecc.) e metto tutto nei contenitori, poi cucino a casa ma senza sporcare né creare troppo disordine. Sotto le otto persone mi muovo da sola, per i tempi svelti della cucina; dagli otto invitati in su, porto con me uno o più camerieri, a seconda del numero e del tipo di servizio richiesto».
Non c’è un menù preimpostato, “Franci Chef” si presta a tutto, a seconda delle esigenze e del luogo: dalla carbonara o la grigliata da 20 euro alle supercene romantiche per due persone con servizio al bicchiere e duecento euro di spesa. «Mi adatto, basta che il cliente sia felice!» 
L’estate se ne sta andando e il lavoro non è mancato, anche sul Garda. Le ricette più gettonate nella bella stagione sono «la catalana di crostacei o astici e le verdure fresche. C’è stato anche un ritorno alla pasta fredda – dice – che non è banale, se di qualità, ben cotta e con i suoi condimenti giusti e freschi. In questi mesi ho fatto anche molte cene in piscina, con pasta e cereali take-away».
L’autunno è in arrivo e qui, anticipa Francesca Marsetti, «si preparano i risotti, mentre d’inverno la fanno da padroni il guanciale o brasato con la polenta, il manzo all’olio, la trippa o il baccalà… C’è un ritorno alla cucina genuina di una volta, ai piatti delle nostre nonne perché sono piatti che oggi nessuno sa fare e stanno uscendo dalla tradizione».
Poi ci sono i corsi di cucina creativa, molto richiesti dalle signore e non solo. «Li faccio perlopiù privati, su misura: di solito, si mettono insieme alcune amiche e mi dicono cosa vogliono imparare a cucinare, il corso dura circa 4 ore e alla fine le signore si portano a casa le porzioni dei piatti preparati insieme. Fatti nella loro cucina, con le loro pentole e il forno di casa: in questo modo sono certe che sapranno ripetere quanto appreso». 
Però, a chiamata, Francesca tiene anche corsi presso strutture e scuole private o, come accade a ottobre, sugli yacht ancorati a Lampedusa.

C’è tanta discriminazione, osserva infine la chef a domicilio, «tra chi si sa vendere bene e chi no. Io mi ritengo un cuoco, sto in cucina a spadellare e magari curo poco la mia immagine e la parlantina, ma di fatto so fare da mangiare e far felice i miei clienti. Sfatiamo il mito dello chef a domicilio costoso: mangiare a casa propria ciò che più si ama, comodamente servito e coccolato, non è come stare al ristorante in mezzo a tanta gente e consumare un piatto qualsiasi della carta». 

[Articolo di Francesca Gardenato, pubblicato sul settimanale Verona Fedele dell'8 settembre 2013, rubrica Terra&Tavola]