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domenica 21 febbraio 2016

Intervista a Mario Melazzini. Quando la sofferenza diventa speranza e forza

Pubblico in questo post la mia intervista integrale, realizzata a inizio febbraio al dottor Mario Melazzini per il settimanale Verona Fedele e pubblicata sul numero di questo venerdì 19 febbraio 2016. 


Arriva puntuale in una sala gremita della Biblioteca di Sirmione (venerdì 5 febbraio). Sulle medesime sponde del lago di Garda, dove anni fa conobbe attraverso i suoi scritti la venerabile Benedetta Bianchi Porro, studentessa di medicina come lui, affetta da una malattia rara. Come lui. Il dottor MarioMelazzini, medico oncologo, da 14 anni soffre di una patologia rara, neurodegenerativa: la Sla, acronimo di sclerosilaterale amiotrofica. Sua compagna di vita da quando, il 17 febbraio 2002, il suo piede sinistro non riuscì ad agganciare il pedale della bicicletta per affrontare la corsa quotidiana.
Padre di tre figli e già nonno, Melazzini non si è arreso alla malattia: oggi è anche assessore alla ricerca e all’innovazione della Regione Lombardia, al timone di Arisla (fondazione italiana per la ricerca sulla Sla) e il dicembre scorso è stato nominato dal ministro Beatrice Lorenzin presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Aifa. 
Il dottor Mario Melazzini a Sirmione
Nonostante la fatica del viaggio in auto da Milano, il medico conquista da subito la platea con il suo sorriso rassicurante, la voce calma e quella forza straordinaria che sgorga dalla speranza, ispiratrice del suo ultimo libro (“Lo Sguardo e la Speranza. La vita è bella, non solo nei film”, Edizioni San Paolo, 2015) e della sua idea di rapporto medico-paziente.
«Ho imparato dai miei pazienti che inguaribile non è sinonimo di incurabile – afferma Mario Melazzini – e che la dignità sta nell’occhio del curante: per questo parlo sempre di sguardo. Oltre alla medicina, anche la speranza è uno strumento di cura e di vita, e lo sguardo dei familiari, degli amici, dei colleghi può essere espressione di fiducia e di speranza: aiuta ad affrontare meglio la malattia, la solitudine, la sofferenza».
Nonostante la malattia, ha accettato l’ennesima sfida il dottor Melazzini: mettersi alla guida di un mercato che muove 30 miliardi di euro e che decide con quali medicine curarsi. «Andare in giro a parlare – continua il neopresidente di Aifa – mi pesa molto, più dal punto di vista emotivo che fisico. Per prepararmi ad uscire ci metto circa tre ore e mezza, la mattina; la cravatta mi sta scomoda, le scarpe mi fanno gonfiare i piedi, e poi c’è la notte da affrontare… ma questi incontri sono momenti di carica propulsiva che mi danno grande energia».
Biblioteca di Sirmione
L’incarico come presidente di Aifa dà, ancora una volta, una svolta alla sua vita. Quali sono gli obiettivi della sua “nuova battaglia”?

«Credo che ci troviamo di fronte a una sfida importantissima. In un contesto particolare, in cui il costo dei farmaci è in crescita, diventa necessario promuovere una nuova governance del farmaco. L’obiettivo è la sostenibilità della spesa farmaceutica alla luce dei nuovi farmaci innovativi. Obiettivi importanti che Aifa sta già perseguendo grazie all’impegno dell’attuale direttore generale Luca Pani».

Lei ha parlato spesso dell’importanza di bilanciare l’efficacia delle cure con la qualità di vita dei pazienti e i costi. Come si raggiunge, a suo avviso, questo equilibrio? Quando è opportuno fermarsi per non sconfinare in “accadimento terapeutico”?

«È un tema delicato quello dell’equilibrio e della correttezza appropriata nella somministrazione di farmaci, anche a malati terminali. Fermarsi non significa non voler più offrire le terapie, ma garantire le cure, la presa in carico e sollecitare un confronto sulla necessità di dover bilanciare al meglio l’efficacia della terapia con la qualità di vita del paziente. Un equilibrio che ritengo si possa raggiungere mettendo al centro delle proprie azioni la persona e suoi bisogni. Da tempo sostengo fermamente che sia fondamentale garantire un percorso di presa in carico sia del paziente che dei suoi familiari, per assicurare la continuità assistenziale. È inoltre importante il ruolo che le istituzioni, insieme al mondo sanitario e sociosanitario, devono ricoprire affinché si abbia la certezza concreta che nel nostro Paese ognuno riceva trattamenti, cure e sostegni adeguati. 
La medicina, i servizi sociosanitari e, più in generale, la società forniscono risposte ai differenti problemi posti dalla malattia, dal dolore e dalla sofferenza: risposte che devono essere implementate e potenziate. Bisogna evitare che certe correnti di pensiero trasformino la persona malata e/o con disabilità in un peso e costo sociale: un’idea che aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società, e favorisce decisioni rinunciatarie. Credo che la medicina e la scienza, così le persone che vi operano, debbano intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità e migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni forma di accanimento terapeutico. Questo conferma il senso della nostra professione medica».

Cosa manca secondo lei, in maniera sostanziale, in Italia per dare più dignità ai malati di Sla e di altre patologie altamente invalidanti?

«Gli operatori sanitari dovrebbero essere più consapevoli di ricoprire un ruolo fondamentale nel percorso di cura di ogni malato e da qui farne derivare un sentimento di profonda partecipazione. È necessario sviluppare sempre di più nel rapporto medico-paziente un forte senso di empatia che porta al processo di condivisione del percorso terapeutico assistenziale. La persona deve diventare il “motore” centrale di questo percorso affinché si avvii un reale cambiamento, che può divenire davvero epocale. Bisogna porre sull’altro uno sguardo nuovo, che consente di leggere le sue reali necessità ed essere così in grado di formulare delle risposte concrete ed efficaci. Si tratta di uno sguardo aperto, che può dare dignità e sentirla restituita. Uno sguardo che io stesso ho imparato a conoscere e che mi ha permesso di comprendere la mia malattia». 

La sua determinazione a vivere una vita normale e felice, nonostante la malattia, trae radici nella fede. Come spiega questa sua ritrovata speranza ad altri ammalati?

Nuovo libro di Mario Melazzini
«Sono convito che il dolore e la sofferenza, sia fisica che psicologica, in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili (lo dico da medico, uomo e paziente), ma non per questo sono senza significato. Dovremmo riuscire a farne tesoro, farli diventare un valore aggiunto al nostro percorso di vita. Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita. A me è successo, e grazie alla malattia, vivo ogni giorno, come uomo, medico e malato, con gioia e umiltà, l’infinita bellezza dell’esistere. Certamente nel mio percorso di accettazione anche la fede e la preghiera hanno giocato un ruolo fondamentale: sono servite a rafforzare sempre di più in me la speranza, che io definisco come quel sentimento confortante che provo quando intravedo con l’occhio della mia mente un percorso che mi può condurre a una condizione migliore».

Nella presentazione del suo libro ha parlato della venerabile Benedetta Bianchi Porro, ha citato anche Giobbe e Sant’Agostino. Chi nella Parola le ha donato o le dona maggiore conforto?

Un'immagine della venerabile sirmionese
Benedetta Bianchi Porro,
per la quale è in corso l'iter di beatificazione
«Ho incontrato queste figure nel mio percorso di accettazione della malattia e ognuna di esse, in momenti diversi e per ragioni diverse, mi ha donato conforto, mi ha aiutato a trovare le risposte alle mie domande e a intraprendere un percorso nuovo di vita. Tra le tre figure, mi piace ricordare Giobbe: l’incontro con lui mi ha permesso di accettare il limite e trasformarlo in speranza, in opportunità, facendolo diventare uno strumento di vita quotidiana. Fondamentale è stata per me la frase: “Ti ho conosciuto per sentito dire, ma ora ti ho incontrato”. Così ho avuto la certezza dell’incontro reale con il Mistero.
Penso ci sia sempre un significato a ciò che ci accade e che può essere sempre vissuto come un dono, anche se è comprensibile che all’inizio dell’esperienza del percorso della malattia vengano poste con un po’ di rabbia. Quanto vissuto come malati, come pazienti, è sempre un dono che ci viene offerto».  

Oltre lo sguardo, la speranza, che diviene anche terapia e nel suo caso è un punto di arrivo e di ripartenza…

«Dopo la diagnosi di malattia il mio pensiero era fisso a come la Sla mi avrebbe progressivamente reso prigioniero del mio corpo. I primi due anni di malattia sono stati di buio, mi rifiutavo di accettare questa malattia rara e devastante, di fronte alla quale la scienza medica era impotente. Mentre allontanavo tutti gli affetti, continuavo a lavorare tra i miei pazienti e cercavo di pianificare razionalmente il pensiero di smettere di vivere in quelle condizioni. 
Oggi mi rendo conto che in quel periodo vivevo continuando a guardare al passato, alle cose che non avrei più potuto fare, come andare in bicicletta e arrampicarmi sulle montagne che ho sempre amato. In quei momenti difficili, per provare a me stesso l’insuperabilità della mia condizione, mi sono rifugiato per un lungo periodo di solitudine proprio tra quei monti che amavo e che in quel momento mi davano dolore. Lì mi sono ritrovato. A poco a poco qualcosa è cambiato in me e ho capito che nonostante dovessi fare i conti ogni giorno con il limite, avrei potuto aspirare ancora a una vita piena e realizzata. Così la Sla nel tempo è diventata essa stessa esperienza di vita: la consapevolezza del presente, da dolorosa memoria e causa di grande tormento, è diventata fonte di esperienza e di forza. Questo per me è vivere nella speranza, grazie alla quale ora posso volgere uno sguardo nuovo su ciò che accade, sulle persone che mi stanno vicino e sulle esperienze che affronto, potendone cogliere il vero significato».

Francesca Gardenato

lunedì 15 febbraio 2016

Il "mio" Sanremo 2016

Dall’avventura sanremese torno con la soddisfazione di aver sgomitato ancora una volta con i miei gomiti e camminato solo con le mie gambe, la mia testardaggine e la mia curiosità. A volte farsi largo è fatica, delusione e spreco di energie, ma è sempre bello poter dire “io c’ero e ho fatto del mio meglio”. L’occasione è perfetta per sentirsi anche giornalisti di serie B, provinciali e di poco interesse per l’organizzazione. D’altronde del Festival di Sanremo ne parlano tutti e le voci autorevoli non mancano. Eppure in questi giorni mi sono goduta l’atmosfera della sala stampa ‪‎Rai (in cui sono rimasta per ore murata, facendomi largo tra frotte di colleghi!) e tolta qualche minuscola soddisfazione come sentirmi nel cuore di un grande evento, incontrare un conduttore che stimo tantissimo come ‪Carlo Conti, capitano di un’impresa artistica e musicale che ancora, dopo 66 anni, è una vetrina-simbolo della nostra ‪‎Italia, nel bene e nel male (anche nelle canzoni scialbe di quest’anno, nei discutibili nastrini arcobaleno e nell’inutilità del “valletto” Garko).


Non torno a casa né più ricca né più povera, ma ringrazio chi mi ha dato la possibilità di esserci, di respirare l’aria del Festival con le sue contraddizioni, il suo caos (oltre mille giornalisti in ‪sala stampa e una città intasata dal traffico e dallo smog, con un centro aperto alle auto: una follia!), i suoi svariati pass e l'atmosfera fieristica di Casa Sanremo. Comunque è stato bello sbirciare “dietro le quinte” ed entrare di straforo nel famoso teatro ‪Ariston, aggiornando così il mio piccolo bagaglio di esperienze da freelance di periferia.
Condivido qui alcuni passaggi o ricordi delle interviste raccolte per le radio con cui ho collaborato nei miei giorni sanremesi, ovvero RCS Verona, Radio Circuito 29 e Radio Noi Musica.
Gabriel Garko
“Ai giovani che vogliono lavorare con la musica sentiamo di dire che non esistono solo i talent, ma ci sono anche i locali e le cantine dove fare musica e crescere”, belle parole pronunciate dai vincitori di questo festival, gli Stadio, forti di quarant’anni di carriera alle spalle e pronti per il tour che li porterà a esultare con il loro affezionato pubblico negli stadi d’Italia.
Esemplare per i giovani, cantanti e non solo, anche lo spirito dei ‪‎Pooh che dopo cinquant’anni non hanno mancato di ricordare l’importanza del gruppo sul palco dell’Ariston: “Il gruppo ti sta vicino, ti fa sentire la presenza e ti aiuta a tornare in pista”.
Dolcenera
‪Dolcenera o #Dolcenerd è senza dubbio una delle migliori voci di questo ‪Sanremo 2016: “Il pianoforte è il mio linguaggio, il mio modo naturale di esprimermi e mi permette di salvarmi dall’ansietta sanremese”. Grinta e performance straordinaria. Ha difeso con le unghie il suo pezzo “Ora o mai più”: “È stato un attimo, è nato come una cosa straordinaria, musica e parole insieme, e io sento di doverlo difendere come se fosse un figlio mio”. Una canzone che racconta di un amore maturo e un’evoluzione artistica e musicale, che forse è stata poco capita e  certamente meritava di più nella graduatoria finale.
Arisa, voce eccezionale, ma al festival con un brano deludente, più superficiale di quanto voglia far sembrare, da penso positivo ma non so da che parte andare. “C’è stato un errore di interpretazione nel testo, a me l’uomo serve, e molto!”, ha ironizzato l’artista con noi giornalisti. “Credo in un’energia superiore, nell’Universo, non per forza devo chiamarlo Dio... Mi piace credere che due anime possano unirsi e sentirsi una sola...”.
Quando indaghiamo per capire se il testo celi una fede più intima, la risposta è confusa e tutt’altro che profonda: “Dove dovevo andare? Cosa dovevo dire? Se il caso vorrà che dica altre cose... lo farò. Ma i testi non li scrivo io, li scrive Giuseppe Anastasi”.
Lei d'altronde è così: naturalmente svanita, ma semplicemente simpatica, risponde cantando e confonde la destra con la sinistra. Ironizza sul suo look che non è piaciuto: “Volevo che le signore a casa mi sentissero una di loro. Ho scelto l’abito (la sottoveste?!, ndr) con il mio personal stylist (che responsabilità!) ma purtroppo ci è andata male!”
Dalla nonna ha preso la preghiera della sera, la pizza a colazione tagliata con la forbice e l’amore per il sugo. Si sente cantante più che valletta. L’Ariston la emoziona all’inizio, poi tutto passa. E ride, ammicca, fa smorfie, si ferma fino all’ultimo flash, risponde a tutti. Anche a noi che la soffochiamo di richieste. La portano via a forza. Piace troppo Arisa, anche quando si impappina, quella voce da bambina, ma quando canta guai: intonata, perfetta, improvvisa un pezzo in napoletano, a cappella. “Sono di Potenza, eppure mi sento napoletana!”. Il suo nuovo album racconta di lei, donna e artista. La sua storia e il suo sogno d’amore. Anche questo è ‪Sanremo 2016.
Rocco Hunt
Il rapper ‪Rocco Hunt, invece, è ben felice di aver dato la sveglia al‪ Festival di Sanremo: “Io voglio risvegliare l’Italia e la politica, non i giovani, che sono già abbastanza svegli”.
Enrico Ruggeri
Enrico Ruggeri, come Carlo Conti, si sente a suo agio nella sala stampa Lucio Dalla, che accoglie i giornalisti di tv e radio nazionali. Elogia la radio: “Ha un pubblico più attento e di qualità”. Sulle giovani proposte dice: “Devono piacere al primo singolo; i nuovi cantanti sono molto più penalizzati di noi una volta, perché oggi hanno meno tempo per lavorare bene e farsi conoscere”.
Carlo Conti (al centro)
Che conduttore pazzesco, unico, perfetto il capitano Conti: rilassato come in una vacanza tra amici sulla riviera ligure. Gestisce lo stress come la sua squadra, egregiamente. Solare quanto la sua tinta, elegante, sempre con la battuta pronta, mai volgare, mai sopra le righe. “Qui mi sento a casa – ci confida in sala stampa – perché sono nato in una radio locale e il primo amore non si scorda mai”. In ogni momento dice la cosa giusta, senza sforzo e col sorriso. Accompagna lo scherzo con la sua gestualità. “Sono fiorentino, mi piace scherzare”, quasi a giustificarsi. Torna serio alla domanda sull’ospite della seconda serata: “Non ho voluto raccontare i particolari della storia del maestro Ezio Bosso, mi è bastato entrare con lui in carrozzina e lasciare spazio a lui e alla sua storia”
Grandi emozioni con il pianista, compositore e direttore d’orchestra malato di Sla, Ezio Bosso che, prima di lasciare il palco dell’Ariston, ci ha lanciato un’ennesima perla: “La musica come la vita si può fare solo in un modo: insieme”. Profondità di musica e parole in un intervento eccezionale.
Infine, Virginia Raffaele, comica, imitatrice, attrice e conduttrice è la donna che ha stravinto il festival, acclamata sia dagli uomini che dalle donne! Vulcanica, simpatica e intelligente, ci ha sorpreso e fatto ridere in ogni serata. “Ho realizzato il mio sogno e ho sentito il grande calore del pubblico”. Accanto a lei Madalina Ghenea, dolcissima, timida e di una insicurezza pari alla sua notevole bellezza, la donna dei mille grazie.
Con il direttore d'orchestra Pinuccio Pirazzoli
Patty Pravo
Lorenzo Fragola
Dear Jack

sabato 9 gennaio 2016

Benessere invernale. Contro inquinamento e raffreddori, c'è la vitamina C

Nell’ultima settimana, fortunatamente, l’allarme “PM10” nell’aria pare essere rientrato (oggi piove, per cui rischio scongiurato!). Le fonti principali delle polveri inquinanti sospese nell’aria sono il trasporto su gomma, il riscaldamento e la fonte industriale, per cui durante l’inverno l’esposizione e i rischi aumentano. E la loro elevata concentrazione sopra i livelli di tolleranza per la salute umana ha costretto, sia prima che durante le feste natalizie, all’adozione di varie misure per ridurre l’inquinamento nei centri abitati, soprattutto nelle grandi metropoli.
Anche se l’allarme pare momentaneamente rientrato grazie alle precipitazioni d’inizio anno, in attesa di nuove piogge abbiamo chiesto a un esperto se esiste qualche escamotage naturale per proteggere i nostri bronchi e polmoni, soprattutto in questa stagione in cui siamo maggiormente predisposti al rischio di influenze e malattie dell’apparato respiratorio.
È ovvio che per difendere la nostra salute è meglio evitare di esporci a situazioni e in luoghi in cui si concentrano questi “picchi” di inquinamento, ma qualche rimedio, gentilmente offerto dalla natura, sembra poterci aiutare. Dato che gran parte del danno causato dagli inquinanti è dovuto all’aumento dello stress ossidativo, può essere utile migliorare le nostre difese antiossidanti consumando più frutta e verdura fresca, in particolare privilegiando quegli alimenti contenenti vitamina C, ma anche A ed E.
Il consiglio del naturopata Vladimiro Colombi si orienta infatti verso una sostanza naturale in grado di rimuovere e disintossicare le tossine dal fegato e di proteggere i bronchi e i polmoni. Si tratta della vitamina C o acido ascorbico, una vitamina solubile in acqua e che, come spiega l’esperto, «ha un’azione straordinariamente efficace nel prevenire le infezioni respiratorie virali, ridurre in modo significativo la produzione di muco nei bronchi, in più con un’azione di sostegno per le ghiandole surrenali in tutte le forme di stanchezza e astenia legati a periodi di forte stress».
L’acido ascorbico si trova concentrato in molti vegetali come ribes, prezzemolo, peperoni rossi e verdi, broccoli, cavolini di Bruxelles, kiwi, arance, limone, mango e cavolfiori. Lo si può integrare anche in capsule, volendo.
«Non ha particolari effetti collaterali – precisa Vladimiro Colombi – e non è in grado di produrre intossicazione nel corpo umano, perché il suo eccesso viene facilmente smaltito nelle urine. La vitamina C si è dimostrata utilissima nel ridurre l’incidenza di infarto miocardico, di tumori allo stomaco ed è importantissima per prevenire la cataratta. Altra azione preziosa della vitamina C è quella di disattivare delle pericolosissime sostanze note come “nitrosammine”, sostanze altamente cancerogene che sono scientificamente provate essere coinvolte nel cancro dello stomaco e che si formano durante la cottura di carni».
L’acido ascorbico, inoltre, conclude il naturopata, «è importantissimo per l’equilibrio ormonale: svolge un ruolo attivo nella produzione di ormoni, nella produzione di neurotrasmettitori ed è fondamentale per mantenere sana e giovane la pelle, in quanto ha un ruolo essenziale nella produzione di collagene (noto per prevenire la formazione di rughe nella pelle). Inoltre la vitamina C è in grado di proteggere i nostri tendini e le nostre ossa, e favorire l’eliminazione dei grassi e l’assimilazione del ferro nell’organismo».
Insomma, per i prossimi mesi, non facciamoci mancare in tavola gli alimenti ricchi di vitamina C. Per esempio una spremuta d’arancia per colazione, dei ribes o un kiwi a merenda, e magari del prezzemolo nell’insalata. Questi prodotti non solo ci aiuteranno a sopravvivere meglio all’inquinamento, ma ci permetteranno anche di affrontare meglio gli ultimi mesi di freddo preservandoci dai malanni di stagione, per arrivare in forze alla primavera.
Per saperne di più potete leggere anche l’ultimo articolo del naturopata Vladimiro Colombi  e consultare il suo sito http://www.vladimirocolombi.it/



lunedì 23 novembre 2015

Giorgio Calabrese, nutrizionista: "A tavola, più moderazione e meno allarmismo"

Moderazione, meno allarmismo e più consapevolezza. Questa in sintesi la ricetta del medico nutrizionista GiorgioCalabrese, docente di Scienza dell’alimentazione all’Università di Torino e alla Federico II di Napoli e presidente del Consiglio superiore della Sicurezza alimentare per il Ministero della Salute. 
Ospite a Desenzano, per un incontro organizzato dall’Azienda ospedaliera della città sul tema “Il cibo è salute”, l’esperto, presenza fissa in varie trasmissioni televisive, ha definito la recente notizia sulla carne rossa «puro allarmismo». 
Calabrese è intervenuto sulle rive del Garda a pochi giorni dall’annuncio diffuso dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla carne rossa lavorata, classificata come “probabile cancerogeno per i tumori dell’intestino colon-retto, pancreas e prostata… Ma la “fragilità” di questo studio, ha detto lo specialista, «è che si tratta di un lavoro svolto in base a dati epidemiologici, non una ricerca su persone sane e altre malate. E, soprattutto, si basa su dati di persone che vivono nel mondo anglosassone, dove si consumano molte carni rosse e dove sono in aumento i tumori al colon». 
Il dottor Calabrese conferma la bontà di «uno stile alimentare ispirato alla dieta mediterranea, in cui non vi è una presenza massiccia di carne, ma predominano verdure, legumi, frutta, insieme a pesce, carne, uova, formaggi, nella giusta alternanza».



Dottor Calabrese, visto che è Desenzano per parlare di “quando il cibo è salute”, partiamo da questa domanda: quando ciò che mangiamo ci fa stare veramente bene?
«Nella misura in cui diventa l’elemento portante della condizione dietetica, che porta alla salute nutrizionale dell’uomo. Esistono infatti una salute fisica, una psichica e una nutrizionale. Quest’ultima riguarda il cibo e il nostro apparato digerente. Per cui il cibo deve essere consumato in maniera equilibrata, tenendo presente che l’eccesso è dannoso, di qualunque alimento si tratti».
Quindi il segreto è la moderazione…
Giorgio Calabrese
«Avere un equilibrio dei nutrienti è fondamentale, perché se non c’è equilibrio, la prevalenza di un nutriente contro un altro genera rapporti biochimici che conosciamo poco e che possono causare uno stato di malattia. Per esempio: oggi sappiamo che mangiare più prodotti con mercurio, alluminio, rame può creare problemi al cervello e patologie come l’Alzheimer».
C’è un nesso tra cibo e infiammazioni?
«Sì. Per esempio la presenza eccessiva di grassi saturi o di proteine animali legate ai grassi saturi scatenano delle sostanze che si chiamano leucotrieni e trombossani: agenti che stimolano l’organismo a produrre prostaglandine, che possono generare infiammazioni e, di conseguenza, altre patologie, anche tumori».
Gli zuccheri, o meglio i dolci, molto consumati dai bambini… anche quelli possono causare infiammazioni?
«Premetto che faccio parte del nucleo di scienziati che ha portato il consumo giornaliero di zuccheri dal 24% al 10% e la mia proposta è di ridurlo ancora. Ma mentre si parla di diminuire gli zuccheri, nessuno cita i grassi. Quando pensiamo che un bambino mangia troppi zuccheri, in verità mangia troppi dolci. Consuma dei prodotti che contengono zuccheri e soprattutto grassi. Ecco, noi dobbiamo limitare specialmente il consumo di grassi saturi, che ci fanno male».
Veniamo all’attualità della “carne rossa”, notizia lanciata come una bomba dall’Oms e poi ritrattata. L’Agenzia ha classificato nel “Gruppo 1” (cancerogeni certi) la carne lavorata, insaccati, wurstel, salsicce e nel “Gruppo 2” (alimenti rischiosi) le carni rosse, ossia manzo, vitello, maiale, agnello, montone, cavallo e capra. Qual è la verità?
«Per parlarne devo svelare il backstage della vicenda. In questo caso, hanno parlato due persone dell’Oms, che hanno fatto delle classificazioni basate su evidenze limitate, in termini di epidemiologia, facendo presupporre un legame tra insorgenza di cancro al colon e consumo di carni rosse. Non sono lavori fatti sui pazienti, ma sintesi di tanti lavori scientifici. In particolare lo studio della carne è stato diffuso perché l’Oms è in crisi economica e le donazioni iniziano a scarseggiare; il che potrebbe portare a una riduzione del carrozzone dell’Oms, quindi lanciare una bomba ogni tanto serve a dimostrare quanto sia fondamentale la loro presenza. Con il ministro della salute Beatrice Lorenzin ho chiesto di vedere il lavoro sulle carni rosse; ci è stato risposto che ce lo daranno a fine 2016, quando lo studio sarà pubblicato. L’indomani è stata lanciata la stessa “bomba” con il caffè. Direi che questa non è scienza e neppure giornalismo: è allarmismo puro».
Quindi meglio essere prudenti e prendere certe notizie con le pinze…
«È importante mettere delle regole. Lo hanno detto gli stessi Veronesi e Berrani, che non mangiano carne e sono vegani: la verità è consumare moderatamente carne. Io consiglio il buon senso: lunedì carne rossa, martedì carne bianca, mercoledì il pesce, giovedì uova, venerdì formaggio, sabato insaccati, se si vuole… Ma la carne rossa non più di due volte a settimana e una volta per i bambini».
Com’è meglio cuocerla?
«L’importante è che la carne non sia fritta o alla brace. Bisogna sempre evitare di cuocerla a elevate temperature perché l’ossidazione è pericolosa. Quando la carne cotta alla griglia diventa nera, i nitrati naturalmente presenti generano reazioni biochimiche e agenti detti cancerogeni. Lo stesso vale per verdure, pane, pizza… Cucinare tutti gli alimenti a 50-60 gradi al massimo».
Qualche indicazione sul consumo di grassi, che contrariamente a quanto si pensa non sono tutti nemici del nostro benessere?
«La nostra dieta quotidiana dovrebbe contenere pochi grassi saturi, ma più grassi monoinsaturi (olio extravergine, come quello del Garda) e più polinsaturi (pesce, carni bianche, frutta secca, oli di un solo seme consumati crudi), nel giusto equilibrio. Se noi eliminassimo del tutto il colesterolo, per esempio, rischieremmo di vedere insorgere altre malattie. È sempre un discorso di moderazione e armonia nel consumo. Così possiamo evitare tante patologie».
Quali oli usare per la cottura?
«Olio extravergine di oliva cotto e olio di un solo seme crudo. Gli altri oli hanno un punto di fumo più basso e sono pericolosi, se cotti».
E sui nuovi cibi del futuro, come alghe e insetti, cosa dice?
«In questo momento si sta parlando dell’accordo tra Europa e America per scambiarsi qualunque cosa. Il che, in pratica, significa aprire il mercato a un mondo orientale che ha bisogno di quello occidentale… Io dico sì ad alghe e insetti, ma solo in caso di carestia!».

Francesca Gardenato

(Pubblicato sul settimanale "Verona Fedele" 
del 22 novembre 2015)

martedì 22 settembre 2015

Tiro a volo, Mondiali 2015. Vincere portando nel cuore l'amore di Dio

Il tiro a volo è una delle discipline che contribuiscono al medagliere italiano e proprio la scorsa settimana, sul Garda bresciano, i riflettori dell’Italia sportiva e del mondo sono stati puntati su Lonato per il Campionato mondiale di tiro a volo 2015. 
Questo evento mondiale ha portato al Trap Concaverde, unico impianto in Italia e in Europa a disporre di ben 12 campi di tiro, oltre 800 atleti da 92 nazioni e decine di giornalisti, tecnici ed esperti del settore tra il 10 e il 18 settembre scorso.

Un ringraziamento particolare a Renato Roberti, autore di questa fotografia, e all’ufficio stampa del Trap Concaverde.
Giovanni Pellielo nella foto di R.Roberti
È argento ai Mondiali di tiro a volo 2015 per Giovanni Pellielo, 45enne vercellese detto “Johnny”, che a Lonato ha provato a rincorrere il quinto titolo mondiale. Dopo un inizio in salita, il traguardo si è tinto d’argento.
La sua corsa si è arrestata alla fine del duello con lo slovacco Erik Varga. Pellielo ha infilato l’ultima cartuccia nel fucile con la vittoria praticamente in pugno, essendo avanti di un piattello, ma doveva posizionarsi e imbracciare il fucile in fretta. Troppo in fretta: «Sono andato in affanno – ha raccontato Pellielo alla stampa – e non ho avuto il tempo materiale di prepararmi che è partito il piattello. Non mi era mai successo». L’ultimo piattello della finale è schizzato a sinistra senza infrangersi. Agli spari supplementari Pellielo è arrivato teso e ha sbagliato il secondo tiro, mancando d’un pelo l’oro mondiale.
«La speranza dell’oro non nego che c’era – dichiara qualche ora dopo il campione a Verona Fedele – ma sono contento perché rispetto a come ero partito, in netta salita, la gara ha preso una bella piega. Il finale poteva essere d’oro, se non sbagliavo quell’ultimo colpo, ma sono soddisfatto per come è andata».
Le sensazioni sul mondiale sono tante, ma non c’è amarezza nelle parole di “Johnny”.
«È stato un campionato del mondo che ha messo a dura prova la mia tensione e i miei nervi. Lo ricorderò solo per la meraviglia di essere arrivato in finale. Mi ritengo una persona normale e so quello che ho fatto. Non traggo mai amarezza dalle competizioni, piuttosto porto via la consapevolezza dei miei limiti per lavorarci, migliorare, senza accanirmi sui risultati. Sarebbe un insulto alla vita sportiva crucciarsi per un secondo posto. Una medaglia d’argento a un mondiale, disputato individualmente, è sempre un ottimo risultato. C’è, sì, la consapevolezza di poter raggiungere un traguardo ogni volta superiore, ma la ricerca è prima di tutto interiore».
Pellielo, del resto, è uomo da circa 50mila colpi l’anno. Uno sportivo con la s maiuscola. Ha iniziato la sua carriera nel giorno del suo diciottesimo compleanno, dopo anni di ballo. Complice la madre, che da tempo praticava il tiro a volo (come anche i fratelli di Giovanni) e lo ha accompagnato per la prima volta in un poligono. Appena quattro anni dopo, è stato convocato per partecipare alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, dove si è classificato a ridosso della finale a sei. Da lì, un’escalation di successi: ha vinto sei finali di Coppa del mondo, quattro titoli mondiali, tre titoli europei, 17 prove di Coppa del mondo, 10 titoli italiani, due volte campione ai Giochi del Mediterraneo, la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney 2000, l’argento ad Atene 2004 e a Pechino 2008. Risultati a livello individuale, cui si aggiungono quelli a squadre. Tutte soddisfazioni raggiunte trascorrendo anche 10-12 ore al giorno  in campo. Sacrifici sostenibili grazie alla grande passione e alla motivazione che animano Giovanni Pellielo.
«Nella vita di uno sportivo ci sono due lati – continua l’atleta –: da una parte la soddisfazione del bisogno e dall’altra la motivazione. Se ci si ferma al primo, si è finiti come uomini e come sportivi. La motivazione invece è un qualcosa che non si esaurisce e ti spinge sempre avanti».
Pellielo è uomo di fede, cattolico convinto. E anche questo fa la differenza. Forse è un personaggio atipico nel mondo dello sport, ma che non passa inosservato per le sue riflessioni. Nel 2000 è stato convocato in udienza da papa Giovanni Paolo II in Vaticano, ed è stato premiato con il “Discobolo d’oro” per la morale, alla presenza del cardinale Ruini.
La fede per lui è un insegnamento e un invito al miglioramento continuo, nella vita come nello sport. «Non può finire con la medaglia, che è un momento di gloria, ma bisogna andare oltre – afferma –. Non possiamo vivere di speranze e di ricordi, ma dobbiamo sempre fare del nostro meglio». Come? «La preghiera aiuta a migliorare noi stessi, a scavare più a fondo dentro di noi».
Viene spontaneo chiedergli se un atleta del suo calibro, prima di un mondiale, preghi per la vittoria. «Non prego mai per chiedere aiuto o avere maggiore forza nelle gare, prego per necessità diverse, come ci insegnano papa Francesco e i padri della chiesa, come nel Padre nostro». Vincere è anche «avvicinare la preghiera al fare quotidiano» e «avere negli occhi l’amore di Dio».
Manca l’oro olimpico nel palmares di Giovanni Pellielo, ma lui non se ne fa un cruccio. «È l’unico colore che mi manca e cercherò di farcela. Altrimenti si va avanti lo stesso. Il tiro a volo è la mia vita e continuerò a praticarlo».
Francesca Gardenato
(articolo pubblicato sul settimanale Verona Fedele)

sabato 25 aprile 2015

I giovani del Garda? Molto social, poco religiosi e attaccati alla famiglia

È una generazione ormai completamente digitalizzata, che imbastisce buona parte delle relazioni sui media, lontana dai grandi valori di solidarietà, impegno e partecipazione.
Sono i giovani del Basso Garda, al centro di un’indagine sociale e di un convegno promossi dal Centro di pastorale giovanile del lago bresciano (JLB). 

Nella mattinata di sabato 18 aprile, davanti a un pubblico di educatori, amministratori, operatori della pastorale, insegnanti e animatori sono stati presentati i risultati della ricerca condotta su un campione di 915 adolescenti e giovani tra i 14 e i 28 anni delle 24 parrocchie del vicariato foraneo del lago bresciano. Attraverso un questionario somministrato via web, sono stati indagati ambiti cruciali della loro vita (famiglia, scuola, tempo libero, comportamenti devianti) dedicando spazio all’orientamento valoriale e alla sfera religiosa per poi passare ai rapporti con le realtà locali.

Risultato: poco meno di un giovane su due si dichiara cattolico, mentre chi vive a contatto con àmbiti parrocchiali è meno esposto a comportamenti a rischio.

Le riflessioni
Al centro della mattinata, aperta dal sindaco di Desenzano Rosa Leso e conclusa dal vescovo mons. Giuseppe Zenti, l’intervento di Valerio Corradi, docente di Sociologia del territorio all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e coordinatore dell’equipe che ha curato la “Ricerca sulla condizione giovanile nel territorio gardesano”. A commentare la fotografia attuale, con riflessioni sulla vita scolastica e familiare dei giovani d’oggi, è intervenuta la psicologa Valentina Pasqualetto, collaboratrice di Iner Verona, educatrice all’affettività e alla sessualità, che ha rimarcato l’importanza di «fare rete nell’educazione», di «una scuola capace di intercettare le doti dei ragazzi e incentivarle» e di «una famiglia presente, che non deleghi».

Don Michele Falabretti, direttore del Servizio nazionale di pastorale giovanile, ha focalizzato l’attenzione proprio sulla pastorale giovanile nell’attualità del nostro tempo e sull’importanza che le comunità parrocchiali siano i veri «luoghi di esperienze social», «generatori di valori e di fede», capaci di testimoniare «una spiritualità vicina alle cose e alla vita di tutti i giorni».
Mentre Giovanni Mazzi, direttore della Fondazione Exodus Onlus ha raccontato, attraverso storie di vita in comunità, l’operato di Exodus rimarcando l’importanza della prevenzione e del recupero di giovani che hanno abusato di alcol o di sostanze.
Al vescovo Giuseppe Zenti (nell'immagine a destra) il delicato compito di concludere i lavori. Al centro la speranza: «Abbiate fiducia – ha detto rivolgendosi ai molti laici, parroci ed educatori presenti – qualcosa in questa parte di diocesi si sta muovendo. Ciò che è seminato germoglierà col tempo... La possibilità di fare qualcosa per i nostri giovani, ora, è più di un sogno, è una profezia».
Un plauso a don Alessandro Turrina, che con la sua equipe di giovani del Centro JLB, ha organizzato il convegno e lavorato per la riuscita della ricerca e di una serie di eventi collegati.

Chi sono i giovani del Garda?
La rilevazione effettuata tra settembre 2014 e marzo 2015 nell’area bresciana del Garda è frutto delle interviste a cui hanno risposto, via internet, 915 giovani, un campione rappresentativo di circa il 10% della popolazione giovanile della zona indagata, bilanciato tra maschi (49,8%) e femmine (50,2%), con una distribuzione piuttosto omogenea delle diverse fasce d’età. Il 23,2% dei rispondenti risiede a Desenzano, il 30,6% a Lonato, Sirmione e Pozzolengo, il 13% nei paesi della Valtenesi e il 33,2% fuori territorio.

La fotografia che ne deriva è quella di «una generazione che comunica molto, ma fatica a instaurare relazioni – ha commentato il dottor Corradi (nella foto a lato) – mostrando un deficit di empatia. Adolescenti e giovani sembrano vivere in una perenne crisi d’identità, frutto di una perdita di modelli e riferimenti esterni “alti e forti”, che riguarda anche coloro che dovrebbero assumere un ruolo educativo nei loro confronti».

In merito al rapporto con la religione e il mondo ecclesiale, emerge che il 48,7% degli intervistati si dichiara cattolico, il 15,5% è non credente e l’8,6% agnostico, il 12,3% crede in un’entità superiore, l’1,5% guarda alle religioni orientali e l’11% si dichiara genericamente cristiano. «L’adesione al cattolicesimo risulta inferiore alla media nazionale, ma in linea con i dati del Nord Italia (Toniolo-Ipsos, 2014, ndr)», ha precisato il docente di Sociologia. Se guardiamo poi all’osservanza delle pratiche religiose: solo un giovane su cinque va a Messa ogni settimana. Però solo il 21,7% non ci va mai, il 33% una o due volte l’anno, il 23,2% una o due volte al mese.
Il quesito è: perché adolescenti e giovani si allontanano dalla parrocchia?

I motivi principali sono la scarsità di tempo e di motivazione, rapporti problematici con gli adulti (parroci, curati, catechisti, proposte noiose e con scarsa attrazione, ostilità verso l’istituzione, distacco inteso come tappa di maturazione “post-Cresima”). Anche nel tempo libero gli spazi parrocchiali hanno un ruolo secondario. Per il tempo libero, le proposte più gettonate sono quelle delle associazioni sportive; il 64% oggi non conosce il centro di pastorale giovanile JLB. 
I luoghi di ritrovo più apprezzati sono i bar e pub (50,7%), seguiti dalle case private (44%) e dalle strutture sportive (31,4%); solo il 22,4% indica l’oratorio e la parrocchia come spazio fisico per le relazioni amicali.
Altra area indagata sono i valori e l’attitudine verso la vita. Qui, a sorpresa, la famiglia è al primo posto (77%), seguita dall’amicizia (56,7%) e dall’amore (40,1%), privilegiato dopo i vent’anni e più dalla ragazze; lo sport conta per il 18,3% e la religione per il 5,9%.
Il grado di soddisfazione per la vita è buono (la zona lacustre si conferma un’oasi piuttosto felice): il 18,7% si dichiara molto soddisfatto e il 57,1% abbastanza. Per la fiducia e le figure di riferimento vince la mamma, seguita da famiglia, padre e amici. La famiglia è considerata un valore per la più parte dei giovani: protegge e rassicura.
Giovanni Mazzi, della Fondazione Exodus Onlus,
nipote di don Antonio Mazzi
Non stupisce l’iscrizione ai social network, che dai 15 anni in su interessa oltre il 93% del campione (82,5% nei 13/14enni) ed esprime un atteggiamento di voyerismo che spinge alla ricerca di approvazione nella condivisione di parole, foto e video di sé. Malgrado il 34,9% indichi la salute come un valore importante, circa il 46% degli intervistati dichiara di abusare di alcol, e il consumo aumenta con l’età. Mentre l’assunzione di sostanze è ammessa ‘solo’ dal 18% degli intervistati, preoccupano l’abbassamento dell’età dei primi contatti con le sostanze (13-14enni a rischio) e il coinvolgimento sempre maggiore delle ragazze. Molto interessante è come chi è vicino al mondo cattolico sia meno portato ad assumere rischi di alcol, droghe o altro (vale per quasi il 70%).

Conclusioni
Ora, con la ricerca in mano, che fare? 
«Dai dati – ha concluso Corradi – occorre passare alla pratica. Ovvero a un ascolto attivo dei giovani. Creare un tavolo di lavoro permanente che li riguardi, usare nuovi linguaggi e spazi virtuali per dialogare con loro, fare più formazione negli oratori per renderli luoghi di accoglienza moderna. Unire le forze nella pastorale e nelle azioni educative».


Articolo pubblicato sul settimanale diocesano, Verona Fedele, numero del 26 aprile 2015 (www.veronafedele.it). Fotografie di Fulvio R.