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martedì 15 marzo 2016

Noemi a sul Garda: fan euforici incoronano "La borsa di una donna"

La rossa Noemi conquista i fan del lago di Garda!
La sua borsa custodisce gelosamente cellulare, idee e musica, ma dentro ci sta una vita intera. Nei suoi occhi azzurrissimi raggi di sole, energia pura. È una forza della natura Noemi, nome d’arte di Veronica Scopelliti, 34 anni di grinta, simpatia ed evidente talento che a Lonato del Garda hanno riempito il centro commerciale!

Il 6 marzo scorso, la cantante romana è stata protagonista di una domenica pomeriggio tra centinaia di fan del Leone Shopping Center di Lonato, firmando circa 300 dischi in due ore. E il suo nuovo album, “Cuore d’artista”, uscito da poche settimane, già va forte. Dentro ci sono pezzi di grandi autori come Giuliano Sangiorgi dei Negroamaro, Marco Masini e Ivano Fossati. Non hanno dubbio gli adolescenti e i giovani in coda per lei a caccia di un autografo: «Il pezzo migliore è “La borsa di una donna”». L’abbiamo ascoltata sul palco dell’Ariston lo scorso febbraio, anche se Sanremo 2016 le ha portato “solo” l’ottava posizione. Del risultato finale, però, la rossa si preoccupa relativamente. «Il festival è andato bene, è stato molto seguito e io mi sono divertita,sono contenta. Siamo solo all’inizio!».
Ora la palla passa alle radio e sembra che il pubblico, come quello radunato a Lonato per il firmacopie, abbia già deciso che è un pezzo vincente. Testo intenso, nostalgico, rappresentativo di ogni donna.
Senza musica, accenna un paio di canzoni e scherza con i fan la donna-talent, vincitrice di X Factor 2 e con un recente passato da giudice di The Voice. Incontra centinaia di bambini, ragazzi, mamme, gente di ogni età proveniente da varie province, in primis Brescia, Verona e Mantova, ma qualcuno si è fatto pure il viaggio da Bologna per abbracciare la rossa con una marcia in più. Voce calda, sorriso contagioso, per tutte le due ore non smettere di gioire con i suoi fan: saluta, scatta foto, scrive dediche, riceve e distribuisce abbracci. Piace davvero a tutti Noemi, che anche davanti alla stampa non si ritrae e, prima del bagno di folla, ci concede questa intervista…


Gioie e dolori, soddisfazioni e ricordi del tuo Festival di Sanremo 2016?
«Mi viene in mente la cabala. Dicevano tutti che il mio pezzo somiglia a “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia. Anche il mio è arrivato 8°, sarà un segno? Penso che siamo solo all’inizio… Non è un pezzo radiofonico, di quelli che ti rimangono subito in testa, ma ha qualcosa da dire, è d’impatto, è vero».

Siamo solo all’inizio, infatti, perché la partita ora si gioca in radio...
«Sono contenta che “La borsa di una donna” stia andando bene, le persone lo stanno apprezzando e lo ascoltano sempre di più».

La vera peculiarità è il testo. Si distingue, ci fa riflettere…
«Non è un testo semplice, ha un certo spessore e riuscire a sostenerlo mi dà una certa importanza».

Con Marco Masini continuerà la collaborazione?
«Con Marco mi diverto un sacco e lui scrive benissimo. Poi, adesso che la Roma ha vinto con la Fiorentina 4-1 e lui è super tifoso dei Viola...».

Il verso a te più caro, quello che senti più tuo della canzone di Masini?
«Anni spesi per ritrovare / Le cose che qualcuno è riuscito a smarrire / La voglia di sorridere, di perdonare / La debolezza di essere ancora / Come ti vogliono gli altri... Bellissime parole, che riassumono un po’ tutte le donne».

Come tutte le donne, avrai qualcosa che custodisci gelosamente nella tua borsetta?
«Senz’altro: il mio telefono, non per i messaggi o chissà che cosa, ma semplicemente perché ci custodisco i miei provini, le mie canzoni e le mie idee. Ne sono gelosissima!».

Questa canzone e l’evento di oggi, a Lonato del Garda, è un omaggio all’8 marzo e a tutte le donne. Qual è il messaggio che vorresti lanciare per questa festa?
«Il mio messaggio è di vivere con leggerezza, senza diventare frivole (anche se un po’ di frivolezza non fa mai male!), ma di non smettere mai di essere in contatto con la nostra parte più femminile. Essere forti, sì, ma mantenere una delicatezza e una dolcezza nell’affrontare i momenti della vita».

Prossimi progetti, ospitate, concerti… qualche anticipazione?
«Tenete d’occhio la tv, perché sarò molto in giro!» (E Noemi ammicca).

Dei talent cosa ti è rimasto addosso?
«Tanti ricordi. È stata una parte molto spensierata della mia vita perché cantare i pezzi degli altri è più facile e ti senti più leggero. Di queste esperienze mi restano molti amici e un senso di leggerezza e divertimento».

Come giudice di un talent cosa guardi o cerchi nelle nuove proposte?
«La novità. Si cerca sempre qualcuno che ha qualcosa da esprimere. Ma io sto ancora cercando me stessa! Per cui ho deciso di lasciare ad altri questa avventura. Resterò in tv però…».

La Noemi cantautrice, quando uscirà?
«Penso che cantare canzoni degli altri non voglia dire che non sentirle proprie. Si lavora come due sarti, si cuce insieme un abito su misura. “Made in London” era pieno di parti mie… Certo, ho la sfortuna di collaborare con grandissimi autori, e loro hanno un peso tale e scrivono cose tanto interessanti che si notano di più».

Si percepisce una tua profondità, tu hai dichiarato di essere molto religiosa. La fede ti ha aiutato nel tuo percorso?
«La musica è una preghiera. La fede mi ha aiutata e mi aiuta nella mia vita privata; sarò alternativa o fuori moda, ma a me credere dà molta forza».

domenica 21 febbraio 2016

Intervista a Mario Melazzini. Quando la sofferenza diventa speranza e forza

Pubblico in questo post la mia intervista integrale, realizzata a inizio febbraio al dottor Mario Melazzini per il settimanale Verona Fedele e pubblicata sul numero di questo venerdì 19 febbraio 2016. 


Arriva puntuale in una sala gremita della Biblioteca di Sirmione (venerdì 5 febbraio). Sulle medesime sponde del lago di Garda, dove anni fa conobbe attraverso i suoi scritti la venerabile Benedetta Bianchi Porro, studentessa di medicina come lui, affetta da una malattia rara. Come lui. Il dottor MarioMelazzini, medico oncologo, da 14 anni soffre di una patologia rara, neurodegenerativa: la Sla, acronimo di sclerosilaterale amiotrofica. Sua compagna di vita da quando, il 17 febbraio 2002, il suo piede sinistro non riuscì ad agganciare il pedale della bicicletta per affrontare la corsa quotidiana.
Padre di tre figli e già nonno, Melazzini non si è arreso alla malattia: oggi è anche assessore alla ricerca e all’innovazione della Regione Lombardia, al timone di Arisla (fondazione italiana per la ricerca sulla Sla) e il dicembre scorso è stato nominato dal ministro Beatrice Lorenzin presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, Aifa
Il dottor Mario Melazzini a Sirmione
Nonostante la fatica del viaggio in auto da Milano, il medico conquista da subito la platea con il suo sorriso rassicurante, la voce calma e quella forza straordinaria che sgorga dalla speranza, ispiratrice del suo ultimo libro (“Lo Sguardo e la Speranza. La vita è bella, non solo nei film”, Edizioni San Paolo, 2015) e della sua idea di rapporto medico-paziente.
«Ho imparato dai miei pazienti che inguaribile non è sinonimo di incurabile – afferma Mario Melazzini – e che la dignità sta nell’occhio del curante: per questo parlo sempre di sguardo. Oltre alla medicina, anche la speranza è uno strumento di cura e di vita, e lo sguardo dei familiari, degli amici, dei colleghi può essere espressione di fiducia e di speranza: aiuta ad affrontare meglio la malattia, la solitudine, la sofferenza».
Nonostante la malattia, ha accettato l’ennesima sfida il dottor Melazzini: mettersi alla guida di un mercato che muove 30 miliardi di euro e che decide con quali medicine curarsi. «Andare in giro a parlare – continua il neopresidente di Aifa – mi pesa molto, più dal punto di vista emotivo che fisico. Per prepararmi ad uscire ci metto circa tre ore e mezza, la mattina; la cravatta mi sta scomoda, le scarpe mi fanno gonfiare i piedi, e poi c’è la notte da affrontare… ma questi incontri sono momenti di carica propulsiva che mi danno grande energia».
Biblioteca di Sirmione
L’incarico come presidente di Aifa dà, ancora una volta, una svolta alla sua vita. Quali sono gli obiettivi della sua “nuova battaglia”?

«Credo che ci troviamo di fronte a una sfida importantissima. In un contesto particolare, in cui il costo dei farmaci è in crescita, diventa necessario promuovere una nuova governance del farmaco. L’obiettivo è la sostenibilità della spesa farmaceutica alla luce dei nuovi farmaci innovativi. Obiettivi importanti che Aifa sta già perseguendo grazie all’impegno dell’attuale direttore generale Luca Pani».

Lei ha parlato spesso dell’importanza di bilanciare l’efficacia delle cure con la qualità di vita dei pazienti e i costi. Come si raggiunge, a suo avviso, questo equilibrio? Quando è opportuno fermarsi per non sconfinare in “accadimento terapeutico”?

«È un tema delicato quello dell’equilibrio e della correttezza appropriata nella somministrazione di farmaci, anche a malati terminali. Fermarsi non significa non voler più offrire le terapie, ma garantire le cure, la presa in carico e sollecitare un confronto sulla necessità di dover bilanciare al meglio l’efficacia della terapia con la qualità di vita del paziente. Un equilibrio che ritengo si possa raggiungere mettendo al centro delle proprie azioni la persona e suoi bisogni. Da tempo sostengo fermamente che sia fondamentale garantire un percorso di presa in carico sia del paziente che dei suoi familiari, per assicurare la continuità assistenziale. È inoltre importante il ruolo che le istituzioni, insieme al mondo sanitario e sociosanitario, devono ricoprire affinché si abbia la certezza concreta che nel nostro Paese ognuno riceva trattamenti, cure e sostegni adeguati
La medicina, i servizi sociosanitari e, più in generale, la società forniscono risposte ai differenti problemi posti dalla malattia, dal dolore e dalla sofferenza: risposte che devono essere implementate e potenziate. Bisogna evitare che certe correnti di pensiero trasformino la persona malata e/o con disabilità in un peso e costo sociale: un’idea che aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società, e favorisce decisioni rinunciatarie. Credo che la medicina e la scienza, così le persone che vi operano, debbano intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità e migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni forma di accanimento terapeutico. Questo conferma il senso della nostra professione medica».

Cosa manca secondo lei, in maniera sostanziale, in Italia per dare più dignità ai malati di Sla e di altre patologie altamente invalidanti?

«Gli operatori sanitari dovrebbero essere più consapevoli di ricoprire un ruolo fondamentale nel percorso di cura di ogni malato e da qui farne derivare un sentimento di profonda partecipazione. È necessario sviluppare sempre di più nel rapporto medico-paziente un forte senso di empatia che porta al processo di condivisione del percorso terapeutico assistenziale. La persona deve diventare il “motore” centrale di questo percorso affinché si avvii un reale cambiamento, che può divenire davvero epocale. Bisogna porre sull’altro uno sguardo nuovo, che consente di leggere le sue reali necessità ed essere così in grado di formulare delle risposte concrete ed efficaci. Si tratta di uno sguardo aperto, che può dare dignità e sentirla restituita. Uno sguardo che io stesso ho imparato a conoscere e che mi ha permesso di comprendere la mia malattia». 

La sua determinazione a vivere una vita normale e felice, nonostante la malattia, trae radici nella fede. Come spiega questa sua ritrovata speranza ad altri ammalati?

Nuovo libro di Mario Melazzini
«Sono convito che il dolore e la sofferenza, sia fisica che psicologica, in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili (lo dico da medico, uomo e paziente), ma non per questo sono senza significato. Dovremmo riuscire a farne tesoro, farli diventare un valore aggiunto al nostro percorso di vita. Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita. A me è successo, e grazie alla malattia, vivo ogni giorno, come uomo, medico e malato, con gioia e umiltà, l’infinita bellezza dell’esistere. Certamente nel mio percorso di accettazione anche la fede e la preghiera hanno giocato un ruolo fondamentale: sono servite a rafforzare sempre di più in me la speranza, che io definisco come quel sentimento confortante che provo quando intravedo con l’occhio della mia mente un percorso che mi può condurre a una condizione migliore».

Nella presentazione del suo libro ha parlato della venerabile Benedetta Bianchi Porro, ha citato anche Giobbe e Sant’Agostino. Chi nella Parola le ha donato o le dona maggiore conforto?

Un'immagine della venerabile sirmionese
Benedetta Bianchi Porro,
per la quale è in corso l'iter di beatificazione
«Ho incontrato queste figure nel mio percorso di accettazione della malattia e ognuna di esse, in momenti diversi e per ragioni diverse, mi ha donato conforto, mi ha aiutato a trovare le risposte alle mie domande e a intraprendere un percorso nuovo di vita. Tra le tre figure, mi piace ricordare Giobbe: l’incontro con lui mi ha permesso di accettare il limite e trasformarlo in speranza, in opportunità, facendolo diventare uno strumento di vita quotidiana. Fondamentale è stata per me la frase: “Ti ho conosciuto per sentito dire, ma ora ti ho incontrato”. Così ho avuto la certezza dell’incontro reale con il Mistero.
Penso ci sia sempre un significato a ciò che ci accade e che può essere sempre vissuto come un dono, anche se è comprensibile che all’inizio dell’esperienza del percorso della malattia vengano poste con un po’ di rabbia. Quanto vissuto come malati, come pazienti, è sempre un dono che ci viene offerto».  

Oltre lo sguardo, la speranza, che diviene anche terapia e nel suo caso è un punto di arrivo e di ripartenza…

«Dopo la diagnosi di malattia il mio pensiero era fisso a come la Sla mi avrebbe progressivamente reso prigioniero del mio corpo. I primi due anni di malattia sono stati di buio, mi rifiutavo di accettare questa malattia rara e devastante, di fronte alla quale la scienza medica era impotente. Mentre allontanavo tutti gli affetti, continuavo a lavorare tra i miei pazienti e cercavo di pianificare razionalmente il pensiero di smettere di vivere in quelle condizioni. 
Oggi mi rendo conto che in quel periodo vivevo continuando a guardare al passato, alle cose che non avrei più potuto fare, come andare in bicicletta e arrampicarmi sulle montagne che ho sempre amato. In quei momenti difficili, per provare a me stesso l’insuperabilità della mia condizione, mi sono rifugiato per un lungo periodo di solitudine proprio tra quei monti che amavo e che in quel momento mi davano dolore. Lì mi sono ritrovato. A poco a poco qualcosa è cambiato in me e ho capito che nonostante dovessi fare i conti ogni giorno con il limite, avrei potuto aspirare ancora a una vita piena e realizzata. Così la Sla nel tempo è diventata essa stessa esperienza di vita: la consapevolezza del presente, da dolorosa memoria e causa di grande tormento, è diventata fonte di esperienza e di forza. Questo per me è vivere nella speranza, grazie alla quale ora posso volgere uno sguardo nuovo su ciò che accade, sulle persone che mi stanno vicino e sulle esperienze che affronto, potendone cogliere il vero significato».

Francesca Gardenato

martedì 22 settembre 2015

Tiro a volo, Mondiali 2015. Vincere portando nel cuore l'amore di Dio

Il tiro a volo è una delle discipline che contribuiscono al medagliere italiano e proprio la scorsa settimana, sul Garda bresciano, i riflettori dell’Italia sportiva e del mondo sono stati puntati su Lonato per il Campionato mondiale di tiro a volo 2015
Questo evento mondiale ha portato al Trap Concaverde, unico impianto in Italia e in Europa a disporre di ben 12 campi di tiro, oltre 800 atleti da 92 nazioni e decine di giornalisti, tecnici ed esperti del settore tra il 10 e il 18 settembre scorso.

Un ringraziamento particolare a Renato Roberti, autore di questa fotografia, e all’ufficio stampa del Trap Concaverde.
Giovanni Pellielo nella foto di R.Roberti
È argento ai Mondiali di tiro a volo 2015 per Giovanni Pellielo, 45enne vercellese detto “Johnny”, che a Lonato ha provato a rincorrere il quinto titolo mondiale. Dopo un inizio in salita, il traguardo si è tinto d’argento.
La sua corsa si è arrestata alla fine del duello con lo slovacco Erik Varga. Pellielo ha infilato l’ultima cartuccia nel fucile con la vittoria praticamente in pugno, essendo avanti di un piattello, ma doveva posizionarsi e imbracciare il fucile in fretta. Troppo in fretta: «Sono andato in affanno – ha raccontato Pellielo alla stampa – e non ho avuto il tempo materiale di prepararmi che è partito il piattello. Non mi era mai successo». L’ultimo piattello della finale è schizzato a sinistra senza infrangersi. Agli spari supplementari Pellielo è arrivato teso e ha sbagliato il secondo tiro, mancando d’un pelo l’oro mondiale.
«La speranza dell’oro non nego che c’era – dichiara qualche ora dopo il campione a Verona Fedele – ma sono contento perché rispetto a come ero partito, in netta salita, la gara ha preso una bella piega. Il finale poteva essere d’oro, se non sbagliavo quell’ultimo colpo, ma sono soddisfatto per come è andata».
Le sensazioni sul mondiale sono tante, ma non c’è amarezza nelle parole di “Johnny”.
«È stato un campionato del mondo che ha messo a dura prova la mia tensione e i miei nervi. Lo ricorderò solo per la meraviglia di essere arrivato in finale. Mi ritengo una persona normale e so quello che ho fatto. Non traggo mai amarezza dalle competizioni, piuttosto porto via la consapevolezza dei miei limiti per lavorarci, migliorare, senza accanirmi sui risultati. Sarebbe un insulto alla vita sportiva crucciarsi per un secondo posto. Una medaglia d’argento a un mondiale, disputato individualmente, è sempre un ottimo risultato. C’è, sì, la consapevolezza di poter raggiungere un traguardo ogni volta superiore, ma la ricerca è prima di tutto interiore».
Pellielo, del resto, è uomo da circa 50mila colpi l’anno. Uno sportivo con la s maiuscola. Ha iniziato la sua carriera nel giorno del suo diciottesimo compleanno, dopo anni di ballo. Complice la madre, che da tempo praticava il tiro a volo (come anche i fratelli di Giovanni) e lo ha accompagnato per la prima volta in un poligono. Appena quattro anni dopo, è stato convocato per partecipare alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, dove si è classificato a ridosso della finale a sei. Da lì, un’escalation di successi: ha vinto sei finali di Coppa del mondo, quattro titoli mondiali, tre titoli europei, 17 prove di Coppa del mondo, 10 titoli italiani, due volte campione ai Giochi del Mediterraneo, la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sydney 2000, l’argento ad Atene 2004 e a Pechino 2008. Risultati a livello individuale, cui si aggiungono quelli a squadre. Tutte soddisfazioni raggiunte trascorrendo anche 10-12 ore al giorno  in campo. Sacrifici sostenibili grazie alla grande passione e alla motivazione che animano Giovanni Pellielo.
«Nella vita di uno sportivo ci sono due lati – continua l’atleta –: da una parte la soddisfazione del bisogno e dall’altra la motivazione. Se ci si ferma al primo, si è finiti come uomini e come sportivi. La motivazione invece è un qualcosa che non si esaurisce e ti spinge sempre avanti».
Pellielo è uomo di fede, cattolico convinto. E anche questo fa la differenza. Forse è un personaggio atipico nel mondo dello sport, ma che non passa inosservato per le sue riflessioni. Nel 2000 è stato convocato in udienza da papa Giovanni Paolo II in Vaticano, ed è stato premiato con il “Discobolo d’oro” per la morale, alla presenza del cardinale Ruini.
La fede per lui è un insegnamento e un invito al miglioramento continuo, nella vita come nello sport. «Non può finire con la medaglia, che è un momento di gloria, ma bisogna andare oltre – afferma –. Non possiamo vivere di speranze e di ricordi, ma dobbiamo sempre fare del nostro meglio». Come? «La preghiera aiuta a migliorare noi stessi, a scavare più a fondo dentro di noi».
Viene spontaneo chiedergli se un atleta del suo calibro, prima di un mondiale, preghi per la vittoria. «Non prego mai per chiedere aiuto o avere maggiore forza nelle gare, prego per necessità diverse, come ci insegnano papa Francesco e i padri della chiesa, come nel Padre nostro». Vincere è anche «avvicinare la preghiera al fare quotidiano» e «avere negli occhi l’amore di Dio».
Manca l’oro olimpico nel palmares di Giovanni Pellielo, ma lui non se ne fa un cruccio. «È l’unico colore che mi manca e cercherò di farcela. Altrimenti si va avanti lo stesso. Il tiro a volo è la mia vita e continuerò a praticarlo».
Francesca Gardenato
(articolo pubblicato sul settimanale Verona Fedele)

lunedì 7 settembre 2015

Festa delle Associazioni di Desenzano, seconda edizione!

Una domenica di festa per conoscere le associazioni culturali e sociali di Desenzano del Garda. Sono molte le realtà associative (circa duecento in tutto, quelle registrate in comune) che rendono viva la ‘capitale’ del Garda e a loro l’amministrazione desenzanese dedica la 2ª Festa delle Associazioni, domenica 13 settembre, tra piazza Matteotti e il lungolago.
Con l’occasione, dalle 11 alle 12.30, la festa sarà trasmessa in diretta da Teletutto in una puntata speciale del programma popolare “In piazza con noi”, per raccontare il tessuto associativo della città e le sue eccellenze.
Gli stand dei vari sodalizi saranno visitabili dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19, con postazioni musicali e piccole dimostrazioni pratiche, come performance canore e teatrali, letture, fiabe e laboratori per i più piccoli, trucca-bimbi, giocoleria e tanto altro. Solidarietà, cultura, teatro, musica e giovani troveranno ampia vetrina nel centro di Desenzano.
«I volontari potranno raccontare la bellezza delle loro attività e i visitatori trovare nuovi spunti per il loro tempo libero – commenta l’assessore alle Politiche sociali e culturali Antonella Soccini –. Ci auguriamo che la seconda edizione replichi il successo della prima e coinvolga sempre più gente nel fervido tessuto sociale e culturale della nostra città. Un grazie sin da ora alle associazioni che animeranno questa giornata».

Foto ufficio stampa Comune di Desenzano d/G.

venerdì 5 settembre 2014

Red Ronnie: "interviste o cimeli rock, amo collezionare emozioni e sogno una tv libera"

Un collezionatore di emozioni. Così si definisce Red Ronnie, all’anagrafe Gabriele Ansaloni, grande appassionato di musica, giornalista, conduttore, dj e speaker radiofonico, critico musicale nonché il più grande collezionista di cimeli rock e d’interviste a personaggi famosi.
Il suo nome è noto al grande pubblico per quel “Roxy Bar”, programma partito dalla tv generalista per approdare poi sul web con Roxybar.tv. Un contenitore di realtà, nello spirito del conduttore bolognese: protagonista assoluta è la musica dal vivo, il rock in primis, con ospiti italiani e internazionali, insieme a gruppi emergenti, ma anche cultura, attualità, tematiche sociali e soprattutto la possibilità per gli utenti-spettatori di interagire in diretta con gli artisti in studio tramite i social network come Facebook e Twitter. Per raccontare la vita di un cantante o di un attore va a trovarlo direttamente a casa, l’obiettivo è riprenderlo nella sua normalità.

Una tv libera e interattiva, così l’ha sempre sognata Red, che a Rai e Mediaset deve la popolarità. Tramite “Roxy Bar”, Red Ronnie vinse ben tre Telegatti; diede una svolta al modo di fare televisione, di gestire gli spazi pubblicitari e il rapporto pubblico-artista. Nel suo studio passarono star come Robert Plant, Placebo, Robbie Williams, Beyoncè, Britney Spears, Cyndi Lauper e il suo fu l’unico programma televisivo in cui Luciano Pavarotti cantò dal vivo.  A un certo punto, però, Red decise di guardare avanti, di staccare il cordone ombelicale e seguire le possibilità offerte dalle nuove tecnologie: «Non volevo diventare il presentatore della rete». E si definisce piuttosto «un artigiano, che ama riprendere la realtà e stare dietro la telecamera… perché è la normalità la vera rivoluzione di oggi». Come ha raccontato attraverso ricordi e video lo stesso Red Ronnie al pubblico desenzanese, in una delle otto serate della Gardesana 2014, talk-show allestito in piazza Malvezzi a Desenzano del Garda e presentato da Giovanni Terzi.
«Qualsiasi cosa ho fatto l’ho fatta con la sperimentazione, affascinato dalle tecnologie e dal “nuovo”, che grazie a Internet ha avuto il suo massimo sviluppo», ha detto Red. «Oggi con Roxybar.tv posso amplificare la novità, arricchita di verità, con alla base una tecnologia e un linguaggio diversi da quelli televisivi.  Per esempio, la tecnica del piano sequenza o la possibilità di registrare un programma tutto filato, senza tagli. Quale altra tv ti dà questa libertà?».
Su internet lo spettatore sa che troverà qualcosa 24 ore su 24, può vedere e rivedere le puntate a qualunque ora, cercare il proprio genere, l’artista o l’argomento in base ai propri gusti o alla data di messa in onda del programma. Non distorcere la verità dei fatti è la principale preoccupazione del Red conduttore-cameraman-regista. «Alla fine di ogni programma io non mi chiedo quanto ho guadagnato o se sono diventato più popolare. Mi chiedo se c’è qualcuno che spegne il computer o il televisore con una certezza, una speranza o un sorriso in più. Mi chiedo se posso aiutare il mio spettatore a stare meglio, a rilassarsi o a divertirsi. Per me è importante domandarmi cosa sto dando con quello che faccio. Perché un domani rimarremo per quello che abbiamo dato, non per quello che abbiamo avuto. A cosa serve essere i più ricchi del cimitero?»
Foto di Giulia Armotti
Eppure nella società odierna, complici i modelli trasmessi dai media, c’è una generale ricerca di successo e di soldi facili. Anche i tanti talent-show invitano i giovani a cercare la notorietà attraverso vie che non sono più quelle dello studio, dell’impegno costante e della paziente gavetta. «Gli artisti emergenti non riescono ad avere uno spazio loro, perché oggi tutto è precario – ha continuato Red in una nostra intervista, concessa dopo la trasmissione –. I giovani hanno avuto una pessima educazione dai proprio genitori, non hanno i soldi per sposarsi e le banche non concedono loro mutui per comprare casa perché non hanno un lavoro fisso… Sono educati ad arrivare, ma di fatto non possono arrivare da nessuna parte. In più gli viene tolta la possibilità di esprimersi con la propria creatività».
L’Italia ha molti talenti che «vorrebbero promuovere la loro musica ma non possono farla ascoltare. Ai talent televisivi i giovani ci arrivano facendo musica vecchia e la canzone inedita che viene scelta per loro è imposta dalle edizioni musicali, nei locali trasmettono solo cover-band e la musica emergente così non ha sbocchi».
Non usa mezzi termini il conduttore bolognese: «Oggi stiamo facendo cambiare mestiere ai Lucio Dalla, Gino Paoli, Jovanotti del futuro… i veri artisti cambiano mestiere prima di arrivare». Per invertire la rotta, «dovremmo ripartire dalle radio, trasmettendo la vera musica degli artisti emergenti».
Centinaia di personaggi del mondo musicale, della cultura e anche della politica si sono avvicendati ai microfoni di Red Ronnie, che è voce di Rai Radio Due (in Ritratti) e proprio da una radio libera bolognese iniziò la sua carriera nel 1975. 
«L’intervista più importante – ha rivelato – l’ho fatta a William Congdon, un pittore che è morto una settimana dopo. Non mi sono minimamente emozionato neppure quando ho fatto un’intervista di due ore a Fidel Castro, anni fa, una chiacchierata rimasta nei miei archivi per anni, non avendo trovato interesse da parte delle redazioni televisive tradizionali. Perché si parlava di cultura… L’ho pubblicata dopo molto tempo su Roxbar.tv!»


Francesca Gardenato

martedì 26 novembre 2013

Una chiacchierata con Giusy Versace

«Ho perso due gambe, ma mi sono ritrovata con testa e cuore più forti». È una donna determinata, con un sorriso luminoso e un’energia positiva Giusy Versace, atleta paralimpica, che dopo un grave incidente stradale sulla Salerno-Reggio Calabria il 22 agosto 2005, quando ha rischiato di morire a soli 28 anni, anziché piangersi addosso ha iniziato a «correre incontro alla vita», ad aiutare il prossimo, come volontaria dell’Unitalsi a Lourdes e presidente della Onlus “Disabili No Limits”.
Giusy detiene il record europeo di corsa sui 100 metri, è campionessa italiana dei 100 e 200 piani. Ha anche pubblicato “Con la testa e con il cuore si va ovunque” (Ed. Mondadori), un libro in cui racconta la sua storia e la sua filosofia di vita. E poco tempo fa è stata ospite di un incontro alla Scuola primaria paritaria “A.Merici” di Desenzano,  per il progetto “Rigo Dritt”. «Ho corso – ha raccontato ai bambini – sono caduta molte volte, mi sono sempre rialzata e ce l’ho fatta». 
Senza risparmiare dettagli, ha mostrato le sue gambe finte, ha parlato ai bambini di sofferenza e sacrifici, fede, amore, amicizia e sport.
  

lunedì 18 novembre 2013

Il mio sabato sera con Gabriel Garko

Erano oltre milleduecento ieri sera (16 novembre) gli ospiti del NoName, discoteca lonatese, ex Fura. Prima del bagno di folla, il “sex symbol” italiano Gabriel Garko si è fatto a lungo attendere. Dopo aver cenato a Padenghe, è salito sul palco intorno all’una e quindici. Niente interviste, niente scatti singoli, perché sotto contratto Mediaset
Fare da divo, occhiali da sole, sorriso stampato, un metro e novanta d’attore scortato da guardie del corpo e manager al fianco. Nessuna dichiarazione, solo un rapido «finito qui, parto per Mestre, dove mi attendono per chiudere una serata».
Dai fotoromanzi alle fiction al cinema. Gabriel Garko da settimane è impegnato nel nuovo film con la regia di Asia ArgentoIncompresa”, nel 2014 tornerà a essere il boss Fortebracci nella quarta stagione di “L’onore e il rispetto”. Ma lo vedremo presto anche in una miniserie di Mediaset, già venduta anche alla Bcc, due puntate sulla vita di Rodolfo Valentino. E di questa ha parlato davanti a centinaia di giovani: «Mi raccomando seguitemi in tv… mi vedrete nei panni di Rodolfo Valentino». Qualcuno già mormora che sia il ruolo adatto a lui. Bello e tenebroso, all’apparenza poco affabile e poco spontaneo, pare molto impostato nel ruolo di “sex symbol”. Ma il suo manager smentisce: «Gabriel è un uomo buonissimo – spiega – e disponibile, solo non ha una vita facile. È costretto a vivere in simbiosi con altre quattro persone, per motivi di sicurezza».
Sono passati quasi vent’anni dal primo ingaggio di Gabriel Garko, classe 1974, quando apparve nel cortometraggio “Troppo caldo” con Francesca Dellera. Da quel 1995, serie tv e film di successo sono seguiti, ma «alla soglia dei 40 anni è ancora un gran bell’uomo!» lasciano intendere le sue fan di Lonato. Nella mischia dei teenager e ventenni, anche qualche decina di over 30, al NoName per vedere uno dei volti “più belli d’Italia”. Che ha liquidato il pubblico con un paio di sorrisi e un minuto di promozione sulla sua fiction. Poi giù dal palco, mezzora di scatti e via. «Ci ha portato poca gente – chiosa il direttore artistico del NoName Christian Luzzardi –. Le signore, le sue fan, non erano poi molte…»

Francesca Gardenato
(articolo scritto per 
Giornale di Brescia)




mercoledì 18 settembre 2013

Una chiacchierata con Francesca Marsetti. Professione? "Faccio la chef a casa tua!"

Di solito uno chef si realizza nell’aprire un ristorante, poi arrivano il plauso della critica magari pure le stelle Michelin… Francesca Marsetti ha scelto invece di farsi aprire le porte di casa, in giro per l’Italia. 
Non si annoia mai la 37enne bresciana, chef a domicilio che presto vedremo sul mezzogiorno di Rai Uno. Per la rete, Facebook e gli amici lei è “Franci Chef”. Cucina creativa e tanti progetti, tra cui la tv. Affabile e sorridente, follemente innamorata del suo mestiere, da settembre la vedremo ospite del programma “La Prova del cuoco” di Rai Uno, in compagnia di Antonella Clerici
La scorsa stagione, rivela, «ho partecipato al concorso “Caccia al cuoco” e, tra tanti uomini, ho vinto io!». Grande soddisfazione per la chef, che aggiunge: «Da sabato 21 settembre sarò in tv con la prima diretta; ho firmato un contratto che mi vuole parte dello staff per 18 puntate».

«Un ristorante diverso tutte le sere. Non mi annoio mai!» 
Francesca Marsetti, solare e piena di inventiva, lavora come chef a domicilio in tutta Italia e anche all’estero. Mi chiamano per cucinare a casa o in location particolari, costruisco con i miei clienti il menù e, a seconda delle richiesta e del numero di persone, mi muovo da sola o con dei camerieri. Mi basta un piccolo spazio per coccolare il cliente e rendere la serata gustosamente indimenticabile».
A Clusane d’Iseo, nel Bresciano, la cuoca ha la sua sede operativa: “L’officina del gusto”, il laboratorio artigianale dove studia come stupire e conquistare il palato dei suoi clienti, cerca nuove combinazioni, cucina dolci e dolcetti, prepara la “mise en place” per le sue cene a domicilio.
Francesca si è un po’ inventata questa professione, non senza prima aver fatto esperienza e sacrifici. «Diciamo che ho creato questo lavoro dello chef a domicilio perché mi permette di fare in modo flessibile quello che mi ho sempre adorato: cucinare. In un periodo economicamente delicato, mi permette di contenere le spese, dato che non ho altri costi oltre al mio laboratorio. Lavoro su commissione e faccio la spesa al momento, così riesco anche a far quadrare i conti».
La sua è «una cucina creativa» e privilegia «ingredienti del territorio e tutto ciò che è italiano». Le piace «comporre per ottenere sapori diversi, fuori dagli schemi».
Figlia d’arte, cresciuta in mezzo alle padelle: da padre macellaio e mamma cuoca. Dopo la scuola alberghiera e il diploma, racconta la chef bresciana, «grazie al sostegno miei genitori che mi hanno permesso di proseguire questa strada, ho lavorato in ristoranti importanti. Sono stata a Venezia in un’università di perfezionamento cuochi dove arrivano chef da tutto il mondo e da studente ho imparato molto lavorando gratis. Poi ho iniziato a fare pratica sia in cucine giapponesi che in cucine del territorio, per avere una preparazione a tutto tondo: dal manzo all’olio di Rovato alla pasticceria, al sushi giapponese…».
Insomma ha sudato e acquisito un bel bagaglio Francesca, tra i suoi 18 e 20 anni. Anziché spassarsela, lavorava sodo. 
Tante lacrime prima, tanto onore dopo. «I giapponesi in cucina hanno un rigore e un rispetto degli alimenti quasi maniacale, in ogni fase della preparazione del cibo: dal lavaggio del riso alla preparazione del pesce. Per me questa è stata un’esperienza di vita, oltre che una grande scuola».
Poi è iniziata l’avventura dello chef a domicilio: «Un lavoro fantastico e anche faticoso – commenta –, come tutte le attività artigianali, ma che mi offre la possibilità di viaggiare quando voglio. Con un po’ di organizzazione, per il laboratorio artigianale, quando mi chiamano prendo e parto». 
Per esempio? «Quest’estate sono stata venti giorni a casa di un arabo a cucinare per le sue vacanze in Spagna e ora sto per firmare un contratto per andare a cucinare per l’FBA a Orlando, in Florida».
Come funziona la cucina a domicilio? 
«La signora o il gruppo di ragazzi o chi vuole la cena pronta mi chiama, io faccio il sopralluogo della cucina per capire se è abbastanza attrezzata o se devo portare il necessario; insieme scriviamo il menu e decidiamo il giorno. In laboratorio sbrigo gran parte del lavoro (pulisco il pesce, mondo le verdure, lavo la carne, ecc.) e metto tutto nei contenitori, poi cucino a casa ma senza sporcare né creare troppo disordine. Sotto le otto persone mi muovo da sola, per i tempi svelti della cucina; dagli otto invitati in su, porto con me uno o più camerieri, a seconda del numero e del tipo di servizio richiesto».
Non c’è un menù preimpostato, “Franci Chef” si presta a tutto, a seconda delle esigenze e del luogo: dalla carbonara o la grigliata da 20 euro alle supercene romantiche per due persone con servizio al bicchiere e duecento euro di spesa. «Mi adatto, basta che il cliente sia felice!» 
L’estate se ne sta andando e il lavoro non è mancato, anche sul Garda. Le ricette più gettonate nella bella stagione sono «la catalana di crostacei o astici e le verdure fresche. C’è stato anche un ritorno alla pasta fredda – dice – che non è banale, se di qualità, ben cotta e con i suoi condimenti giusti e freschi. In questi mesi ho fatto anche molte cene in piscina, con pasta e cereali take-away».
L’autunno è in arrivo e qui, anticipa Francesca Marsetti, «si preparano i risotti, mentre d’inverno la fanno da padroni il guanciale o brasato con la polenta, il manzo all’olio, la trippa o il baccalà… C’è un ritorno alla cucina genuina di una volta, ai piatti delle nostre nonne perché sono piatti che oggi nessuno sa fare e stanno uscendo dalla tradizione».
Poi ci sono i corsi di cucina creativa, molto richiesti dalle signore e non solo. «Li faccio perlopiù privati, su misura: di solito, si mettono insieme alcune amiche e mi dicono cosa vogliono imparare a cucinare, il corso dura circa 4 ore e alla fine le signore si portano a casa le porzioni dei piatti preparati insieme. Fatti nella loro cucina, con le loro pentole e il forno di casa: in questo modo sono certe che sapranno ripetere quanto appreso». 
Però, a chiamata, Francesca tiene anche corsi presso strutture e scuole private o, come accade a ottobre, sugli yacht ancorati a Lampedusa.

C’è tanta discriminazione, osserva infine la chef a domicilio, «tra chi si sa vendere bene e chi no. Io mi ritengo un cuoco, sto in cucina a spadellare e magari curo poco la mia immagine e la parlantina, ma di fatto so fare da mangiare e far felice i miei clienti. Sfatiamo il mito dello chef a domicilio costoso: mangiare a casa propria ciò che più si ama, comodamente servito e coccolato, non è come stare al ristorante in mezzo a tanta gente e consumare un piatto qualsiasi della carta». 

[Articolo di Francesca Gardenato, pubblicato sul settimanale Verona Fedele dell'8 settembre 2013, rubrica Terra&Tavola]